08 Apr

 

Cosa so veramente delle mie figlie.
Se lo sta domandando mentre piega maglie, ripone reggiseni e raccoglie collant sparsi tutt’attorno. Dalle finestre aperte le arriva sul petto la lama affilata della tramontana e l’abbaglio di un cielo che oggi, dopo tanto piovere, non ha neanche una nuvola. Fra poco metterà fuori un altro bucato, entro l’ora di pranzo sarà tutto asciutto.
Quando lo hanno dato, il loro primo bacio. E a chi.

Nessuno se ne accorgerà

di Stefania Passaro

Nei loro cassetti ha appena trovato della biancheria nuova, mai notata prima. Devono essersela comprata con i soldi ricevuti in regalo a Natale.
Quando e con chi hanno fatto per la prima volta l’amore. Perché l’avranno già fatto, sicuro, ci puoi giurare. Forse la più piccola no, Sami è sempre così presa dallo studio, forse lei no, ma le due grandi, figurati.

Le ha preso questa cosa, oggi – che non le succede mai, fra l’altro – e non riesce a smettere di pensarci. È come se all’improvviso qualcuno le avesse aperto uno spiraglio proprio davanti agli occhi e la costringesse da dietro, con una mano fra la nuca e il collo, a restare appiccicata a quella fessura, perché veda finalmente quello che non ha voglia di vedere.

Stamattina si è alzata che tutti dormivano ancora – almeno così le era parso – e in bagno, prima di lavarsi la faccia, si è fermata a guardarsi allo specchio. La piega lasciata dal cuscino, fra la guancia destra e il mento.

Dormire a pancia in su, bisognerebbe, ma se non le è riuscito finora non può certo sperare di cambiar posizione a cinquant’anni.

La raggera di rughe intorno agli occhi, che non scompare più quando smette di ridere, resta. Come un castigo definitivo. Scombussolante, osservarsi per la prima volta con quello sguardo. Tanto che le è venuto di provare a vedere com’è la situazione se ride di meno, se sgrana un po’ gli occhi sollevando le sopracciglia, se invece di abbandonarsi e ridurre tutta la faccia in frantumi si controlla un po’. Increspare il giusto, ecco. Quel tanto che serve a dimostrare contentezza, ma con misura. Tenere a bada occhi bocca guance.

Era così presa dal fare l’attrice davanti allo specchio che non si è accorta che Samantha era dietro di lei che la fissava, la faccia assonnata, un occhio aperto e l’altro chiuso per difendersi dalla luce.
Ed era arrossita come in flagranza di reato.

“Che ci fai già in piedi, Sami!”, aveva esclamato, voltandosi di scatto verso di lei.
Sua figlia aveva abbassato lo sguardo, aveva spostato il peso da una gamba all’altra, e affondando le dita nella nuvola di capelli che le incorniciano il viso, se li era portati davanti agli occhi, come a calare un sipario. Poi, da lì dietro, aveva bofonchiato: “E’ che oggi vado prima, la versione di greco… Devo controllarla con la Cri, non c’ho capito niente”.

Cri, la sua amica. Una brava ragazza, sembra. Ma chissà se lo sa, la madre, che ha una cotta per Luca. Se lo domanda mentre toglie dalla lavatrice un carico di lenzuola. Cristina ne parlava a Sami l’altro giorno, mentre studiavano assieme. Era stato facile ascoltarle, senza far rumore, dalla stanza a fianco. E mentre se ne stava lì e si meravigliava di stare facendo proprio lei quella cosa di origliare, di spiare le ragazze come una guardona, mentre si diceva di smetterla che non era giusto – che in fondo significava non fidarsi di sua figlia e, se continuava, voleva anche dire che qualcosa di Sami le era sfuggito per sempre, e il fatto di stare lì non glielo avrebbe certo restituito – ecco, mentre ferma in silenzio tratteneva il respiro, aveva sperato che Sami ripagasse le confidenze di Cristina rivelando qualcosa di sé, se c’è qualcuno che le piace, se è poi quel romano conosciuto in montagna, il motivo per cui ha sempre la testa fra le nuvole, come dicono le sorelle prendendola in giro.

Ma niente, Sami non aveva detto niente.

“Ok, mi lavo la faccia e ho finito”, ha detto alla figlia quella mattina, e dopo essersi voltata si è piegata velocemente sul lavandino. Lo specchio la chiamava ancora, ma lei ha ignorato il suo richiamo, ha fatto finta che non esistesse più, sul muro, un palmo sopra la sua testa.

E si è buttata due manate di acqua gelida sugli occhi, sperando servisse a lavar via un po’ di anni. Tutti quelli che le sono caduti addosso da quando anche Samantha è diventata maggiorenne.

E’ stato tre giorni prima.

Ora ripensa a quanto ha cucinato quel giorno, il menu speciale con tutte le cose che piacciono alla figlia – i pansoti con la salsa di noci, la zuppa inglese con il pan di Spagna imbevuto di marsala e latte, strati di crema al cioccolato, crema pasticcera e copertura finale di panna montata. S’era dimenticata la guarnizione di amarene, però, e Sami, prima di spegnere le candeline, glielo aveva fatto notare davanti a tutti. “C’era cibo anche per i beati, dai!”, le aveva detto quella sera suo marito, mentre spegnevano la luce e si davano il bacio della buonanotte, per consolarla di quella che lei aveva patito come una vera e propria défaillance. Quella sera, in realtà, aveva sperato invano in complimenti più circostanziati – qualcosa del tipo “anche la punta di vitello è venuta una delizia” – ma poi, senza aspettarne di altri, s’era addormentata di schianto.

Ma chi lo dice, pensa ora, risentita, chi lo dice che i diciott’anni sono importanti per chi ci arriva.

Siamo noi genitori, in quel giorno, a varcare una soglia, per la quale non saremo mai abbastanza preparati. È per noi, non per i nostri figli, che è cruciale quel compleanno.
Una molletta le sfugge di mano e con la molletta anche la federa che teneva per un angolo con due dita. Vede entrambe atterrare due piani più in giù, sul balcone sporco della vicina.

È a quel punto che le arriva l’odore del ragù che ha cominciato ad attaccarsi sul fondo della pentola. Molla tutto e corre in cucina a spegnere il fuoco, maledicendosi per avere lei, oggi, la testa fra le nuvole. Cucinare è la cosa che le viene meglio, in casa. Se comincia a perdere colpi su quello, allora sì che sta invecchiando davvero. E poi, come se servisse, arrovellarsi per il tempo che passa e i figli che diventano grandi. Al contrario, meglio sorvolare. Forse ci si mantiene giovani proprio grazie a questo, perché si va avanti come se niente fosse, come se tutto non debba cambiare mai.

Pensandoci bene, le sembra che l’educazione data alle figlie sia una garanzia sufficiente di immunità dagli errori più comuni, la droga, il fumo, rimanere incinte. Sami ha cominciato a prendere la pillola, ma solo per motivi ormonali, le sorelle maggiori non le risulta che la prendano. Ma è una casa grande, quella, lo sa, i possibili nascondigli sono miliardi.

Comunque in apparenza sembra che tutte abbiano la testa sul collo.

E allora che s’innamorino, e che facciano i loro sbagli, come tutti.

Non sarà questa mia smania di controllarle, arriva ad ammettere con amarezza, a salvare loro e me dalle delusioni.
Apre il rubinetto e si sciacqua velocemente le mani.
Poi, scoperchia la pentola. Ci mette il naso dentro. Il ragù sa di bruciato, non le serve assaggiarlo, il danno è irrimediabile. Va in bagno, lo butta dentro il water e tira lo sciacquone. Rifarà tutto da capo, in frigo ha ancora del macinato, tutto sarà pronto in tempo.

Nessuno se ne accorgerà.

A proposito. Deve ricordarsi di tenerne un po’ da parte per Sami, ha detto che oggi a pranzo non torna. Salterà, è già tanto se si ricorda di mangiare un panino, quella benedetta figlia, ore e ore in biblioteca. E non rientrerà prima delle sette di sera.

 

Samantha guarda giù e non ci crede.

Prima di tutto non crede al fatto che stia andando tutto liscio. La madre che non fa domande quando sente che uscirà di casa prima del solito, e non fa una piega nemmeno quando sente che tornerà per l’ora di cena. Il taxi, chiamato da una cabina un po’ distante da casa, che arriva subito, e la raccoglie in una strada dove in quel momento non passa anima viva. E poi il biglietto, di andata e ritorno, un “prepagato” – Paolo le ha raccomandato di usare esattamente quel termine – che l’aspetta puntuale al banco della biglietteria. Partenza al mattino con rientro a fine pomeriggio, tutto in meno di dieci ore. Basterà seguire le istruzioni alla lettera e tutto andrà bene.
Nessuno se ne accorgerà.

Del resto, la parte le è riuscita bene, finora. Chi l’avesse osservata mentre ritirava il biglietto e si avviava verso il suo cancello d’imbarco avrebbe sicuramente pensato che è una ragazza abituata a viaggiare, che chissà quante volte si è trovata lì. E invece il cuore le batteva forte e dall’agitazione è andata in bagno tre volte. Anzi quattro.
E sorride immaginando la faccia di Paolo, quando le vedrà indosso il completino che si è infilata in fretta e furia nella toilette più sporca che ricordi, rabbrividendo dal freddo e dal ribrezzo, mentre all’altoparlante annunciavano il suo volo.
Non smette un attimo di guardare fuori.

Ora vede passare sotto di lei guglie innevate, strapiombi rocciosi e crepacci in ombra che fanno paura. E rivede lo sguardo di Paolo, mentre in montagna, nella sua stanza d’albergo, la scruta con un’espressione divertita, dalla poltrona dove si è stravaccato con noncuranza. Lei gli sta di fronte, in piedi, il bacino proteso in avanti, le spalle appoggiate contro il muro.

“Adesso alzati la maglia”, le ha detto lui, “Sì, così, bene. E adesso togliti il reggiseno, da brava”.
E poi, dopo un attimo: “Lo sapevo. Sei bellissima”.

Al rallentatore, Samantha ripassa ogni fotogramma di quel pomeriggio, e mentre lo fa, anche stavolta.

Un piccolo sole le nasce dal fondo della pancia e si riverbera giù, verso l’inguine, e poi in alto, proprio sotto le coppe del reggiseno.

Quello che la incatena a Paolo è quel suo fare sicuro, quel sapere bene ciò che vuole e il suo modo sfrontato di dirlo, con le parole che lei vuol sentire. Dieci anni più grande, se lo ripete, è dieci anni più grande. Quel pensiero la spaventa, ma è una calamita potentissima. Quello che lui deve aver già imparato, rispetto a quanto poco lei sa. Dell’amore. Di tutto.

Improvvisamente sente qualcosa stridere sotto la pancia dell’aereo, sobbalza e allungando il collo sopra il sedile che ha davanti guarda gli altri passeggeri, per capire se anche loro si sono spaventati.
E’ la sua prima volta in aereo, non sa cosa pensare.
Poi una voce femminile invita i viaggiatori a riallacciare le cinture. Il comandante ha iniziato la discesa verso Roma.

Paolo venne a prenderla all’aeroporto al volante di una Fiat 127 verde che aveva visto tempi migliori.
E con un certo disappunto da parte di Samantha, la portò a casa dei suoi. Stava finendo un master negli Stati Uniti e dopo una breve vacanza ci sarebbe tornato. Quando si trovava in Italia, viveva ancora con i genitori.
La madre di Paolo, una donna corpulenta con un forte accento romano, accolse Samantha come una figlia, la rimpinzò di carbonara, saltimbocca e carciofi alla giudia, dopodiché si ritirò con il marito a “fare un po’ di pennichella”, in un’ala dell’appartamento che Samantha non ebbe né tempo, né voglia, né modo di visitare.
Paolo, infatti, appena i genitori si dileguarono, la condusse per mano nello studio del padre, diede un giro di chiave alla porta, e dopo un breve preambolo le fece l’amore. Samantha non avrebbe mai più dimenticato quello che avvenne fra quelle quattro mura.

Paolo che mentre la bacia la fa sedere su una chaise longue rosso carminio.

La luce di quel pomeriggio di sole, che filtra dalle tende.
Odore di cera d’api e caffè.
E infine la lettera, scritta con una stilo blu, che Paolo a un certo punto le mette fra le mani, pregandola di leggerla a voce sussurrata.
Lei che, mentre Paolo la spoglia, scopre trattarsi della lettera d’amore che la più grande cantante italiana di tutti i tempi aveva scritto senza pudore né eufemismi al nonno di Paolo, trent’anni prima.
Paolo che mentre lei legge, le ricalca sulla pelle gli stessi gesti che la famosa cantante si era augurata di ricevere dall’amante.

Poco dopo, sono di nuovo sulla 127, e lungo il tragitto verso l’aeroporto ridono, si stuzzicano. Paolo prende la mano sinistra di Samantha e con quella cambia le marce. Samantha, prova a portare la mano destra di Paolo su di sé, prende coraggio, se ne appropria, la usa. Le risa si spengono. Paolo appena può toglie lo sguardo dalla strada, la sbircia, ed è come se la vedesse per la prima volta. E Samantha, sotto quello sguardo nuovo, scopre la soddisfazione di infrangere, chinata su di lui in mezzo al traffico delle ore di punta, il sacro divieto di non disturbare il conducente.
Nessuno se ne accorgerà.

Paolo, infatti, appena capisce le sue intenzioni, la copre con il pullover di cachemire che ha sulle spalle, e che le regalerà pochi minuti più tardi, appena fuori dalla sala d’imbarco.

Quando Samantha quella sera entrò in casa, i membri della sua famiglia erano voci fuori campo e rumore di porte sbattute e profumo di ragù.

“Sono tornata, eh? Interessa a qualcuno?”

Nella cucina deserta, la tavola non era ancora apparecchiata.
In corridoio, Samantha si tolse velocemente il cappotto, tirò fuori dalla borsa dei libri il pullover di Paolo che si era tenuta addosso fino al momento dell’atterraggio, lo avvicinò al naso per risentirne il profumo, lo lisciò su una coscia per togliergli le pieghe e, volendo tenerlo nascosto ancora senza stropicciarlo, lo avvolse dentro il cappotto, con cura, come fanno certe madri che, per riparare il loro neonato da un gelo improvviso, gli adattano attorno il primo indumento che capita.

A quel punto le venne da alzare lo sguardo. Sua madre la fissava in silenzio, in piedi, dalla soglia del soggiorno.
“Interessa a me, cucciola”, disse andandole incontro. E passandole un braccio attorno alle spalle, la strinse a sé. Sembrò per un attimo cercare le parole per dirle qualcosa, ma poi le diede solo un’altra stretta. E la lasciò andare.
Samantha percorse il corridoio come in trance, con le orecchie in fiamme.
Mentre varcava la soglia della propria stanza, la raggiunse la voce di sua madre che le diceva:
“Hai giusto il tempo per una doccia, Sami. Intanto io metto tavola. Sbrigati, che è tutto pronto”.

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