12 Nov

La Chinaski Edizioni è una casa editrice indipendente fondata a Genova nel 2004 e lentamente affermatasi come una delle più importanti in Italia nell’ambito della saggistica musicale. In questa intervista a Federico Traversa, direttore editoriale e socio fondatore di Chinaski, si parla di avventure imprenditoriali, percorsi umani, consigli ad aspiranti scrittori, crisi e ricette per uscire dalla crisi.

Come nasce Chinaski Edizioni?

Il nucleo originario eravamo io e un gruppo di amici: all’epoca facevamo tutti dei lavori pessimi, precari e sottopagati. Io ad esempio lavoravo in una fabbrica: scaricavo delle latte e non avevo idea di dove andassero a finire. Però tutti avevamo un sogno, il sogno di occuparci di letteratura e di far sentire la nostra voce.  Io scrivevo: avevo pubblicato un libro per pura fortuna, così mi è venuta la voglia di provare a riunire tutti questi miei amici un po’ disgraziati come me in una realtà solida, di fare qualcosa di diverso.

A Genova non c’era molto. Abbiamo tentato e le cose sono arrivate. Per noi è stato tutto magicamente casuale. Io ho scritto un romanzo, questo romanzo è finito nelle mani di Tonino Carotone, tramite Tonino Carotone sono stato in Spagna e ho conosciuto Manu Chao, tramite Manu Chao sono tornato a Genova sono arrivato da Don Gallo, e da lì sono nati libri importanti che hanno permesso alla casa editrice di consolidarsi… è stata una cosa un po’ pionieristica. E fatta a nostro modo.

Accennavi ad alcune importanti collaborazioni, come quella con Don Andrea Gallo…

Beh, è un po’ difficile parlare di Don Gallo, lui era un gigante… Quando andai da lui la prima volta, proprio mandato da Manu Chao, lui aveva appena pubblicato con Mondadori il libro “Angelicamente anarchico”, che era stato un bestseller. Dopo un po’ che chiacchieravamo io, quasi scherzando, o forse con l’imprudenza della giovane età, gli dissi “dovremmo fare un libro insieme”. E lui mi disse di sì. Non ero assolutamente pronto a questo sì. Però iniziai ad incontrarlo, ad andarlo a trovare, di settimana in settimana, e ad entrare in quella sua umanità senza confini. Un trafficante di sogni a tutto tondo… il frutto di quegli incontri è stato il libro scritto con Andrea, ma anche l’evolversi del progetto Chinaski. Noi siamo un’attività commerciale, che deve vendere libri per campare e pagare gli stipendi, ma dentro abbiamo anche questa voglia di conoscere e camminare con gli altri. Ci sono state altre collaborazioni importanti, con gli Africa Unite ci siamo divertiti, Tonino Carotone è diventato per me un fratello, idem il rapper Vacca, Fabri Fibra, tanta gente. Però Don Gallo… è Don Gallo.

Federico e Don Gallo

In questo momento stiamo vivendo una grande crisi economica mondiale. Quanto viene avvertita nel mondo dell’editoria e che influenza ha?

Si sa, tutte le volte che c’è crisi la prima cosa che si va a toccare è la cultura… già così si parte male. Se poi aggiungiamo il fatto che l’Italia è uno dei paesi europei in cui si legge meno il quadro è allarmante. Le grosse catene sono in crisi, le piccole librerie io le chiamo librerie partigiane perché fanno una resistenza incredibile, ma ormai è dura. In Italia tutti scrivono e pochissimi leggono, c’è una situazione disarmante. Però va bene, nessuno ci ha detto che sarebbe stato facile. Io parlo per Chinaski ma anche per tanti amici editori piccoli che conosco… noi sappiamo di essere in trincea e di lottare, e che nessuno di noi si comprerà mai le piscine e le ville, ma neanche ci importa molto. Il fatto però di dare testimonianza di questi tempi, di far sentire le voci interessanti che escono e si alzano oggi è sicuramente di per sé appagante. Detto questo, speriamo che ci mettano una pezza.

A proposito delle “voci interessanti” di cui parlavi prima: c’è qualche autore emergente che sei particolarmente orgoglioso di avere pubblicato?

In realtà io credo che l’opera sia sempre più importante di chi la crea, fondamentalmente sono orgoglioso di tutti i libri che abbiamo pubblicato. Anche perché mi sono reso conto – ragionando anche sul mondo della musica – che molte volte un musicista ti conquista per un disco ma il successivo è deludente. La stessa cosa per la scrittura o per qualsiasi forma d’arte. Quindi in realtà mi piace pensare all’universo della cultura come a un luogo in cui è sempre più importante l’opera di chi l’ha creata. Anche perché poi, con la mercificazione delle immagini che viviamo oggi, appena qualcuno diventa un “personaggio” viene subito inglobato dal sistema televisivo. Finisce che ti dimentichi perché ci sei arrivato, cioè scrivere libri o fare musica. Ne ho visti troppi ed è un peccato.

Ricette, idee per uscire da questa crisi – da un punto di vista editoriale?

Dal mio punto di vista non è più una crisi del mondo editoriale, è una crisi di sistema e purtroppo dalla crisi di sistema non si esce tanto facilmente. Bisognerebbe ripartire, per così dire, dall’ABC. Far innamorare di nuovo la gente della letteratura , della buona musica.

Far innamorare di nuovo la gente della letteratura , della buona musica.

E questo non può andare a braccetto con un rilancio economico immediato.. Una “ripartenza”, se ci sarà, verrà dalle nuove leve, che vanno educate a riscoprire la bellezza e gli insegnamenti che ti può dare un buon lavoro artistico.Andrebbe anche ripensata la filiera editoriale: persistono situazioni veramente insensate. Faccio un esempio: escono valanghe di libri ogni mese. Questo cosa implica? Implica che la libreria è talmente “dopata” da tutte queste uscite che poi è costretta a rendere in tempo zero. Il libro non ha modo di maturare: non c’è neanche il tempo del passaparola, come si faceva una volta. Per il semplice fatto che un libro in libreria – se vendicchia qualcosa – resta che vada bene un paio di mesi. Se parte male quindici giorni e te lo rendono. Addirittura ci sono dei libri che non vengono neanche sballati.

Altro problema è la questione che ormai il libraio fa gli ordini in relazione alla popolarità dell’autore. La Barbara D’Urso della situazione che scrive un’autobiografia chiaramente avrà un’esposizione massiccia in libreria, magari ci saranno cinquanta copie. Questo vuol dire che ci saranno cinquanta libri in meno di gente che non va in televisione ma che, consentitemelo, artisticamente avrà qualcosa di più valido da dire della signora D’Urso… tutto questo concorre a rendere la situazione veramente drammatica. Occorre proprio ripensare a monte. Far capire ai ragazzi che “popolare” non è necessariamente sinonimo di “culturale”. Ma finché le esposizioni in libreria saranno figlie dell’esposizione televisiva è molto difficile uscirne.

A questo proposito, hai qualche consiglio per i giovani aspiranti scrittori?

Un consiglio che posso dare ai giovani scrittori che ci stanno guardando, da editore ma prima ancora da scrittore: aspettate a pubblicare. Quando si scrive, essenzialmente quando si finisce il primo libro, ci sembra di aver fatto il capolavoro della vita. Ecco, quando pensate di aver scritto il capolavoro della vita, tenetelo lì e scrivetene un altro. Poi tenetelo lì e scrivetene un altro ancora, e intanto continuate a leggere e a formarvi. Alla fine riprendete i vostri vecchi lavori e se ancora li ritenete validi allora proponeteli. Perché per forza di cose arriveremo a un punto in cui soltanto la qualità, in questo totale casino, riuscirà ad emergere. Lavorate tanto sulla vostra scrittura e sul vostro stile – e soprattutto vivete tanto, perché non c’è scrittore che non viva – e non abbiate fretta. Grazie a Dio avete la rete, uno strumento che quando ero ragazzino io non c’era, e avete la fortuna di potervi confrontare con un pubblico attraverso la rete pubblicando gratuitamente i vostri racconti sui blog o sui social. Potete cominciare a crearvi una nicchia, un nucleo di gente che vi legge e può darvi dei consigli ma aspettate a pubblicare perché… dirò una cosa, e spero di non essere volgare. Scrivere è fisiologico, come bere, e pubblicare dev’essere liberatorio, come pisciare. Quando non riesci proprio più a tenertela lì, la fai.

Vedo accanto a te un libro Chinaski di qualche anno fa, “Dear Dad”…

Sì, è una grandissima soddisfazione per Chinaski. Io sono un grande amante di Bob Marley, della raggae music, perché è una musica che non può essere scissa da un messaggio sociale. Ho avuto la fortuna di conoscere Ky-Mani Marley, l’autore, uno dei tanti figli di Bob. Un ottimo musicista, una persona che lavora tantissimo anche nel sociale, che sovvenziona diverse associazioni con lo scopo di dare ai giovani con pochi mezzi la possibilità di farsi un’istruzione e studiare la musica in Giamaica. La sua storia è particolarissima perché non è figlio di Rita, la signora Marley, ma di una “scappatella” di Bob, quindi è stato escluso dall’eredità paterna fino ai diciotto anni. Nonostante fosse il figlio di Bob Marley è cresciuto nei ghetti, prima giamaicani e poi americani, a Miami, e ha dovuto lottare “a pugni in faccia” con la vita per riuscire ad emergere. Alla fine è riuscito ad affermarsi attraverso la musica e a vincere le varie cause contro la famiglia Marley. Come Chinaski abbiamo acquistato il libro dagli Stati Uniti e lo abbiamo pubblicato in italiano. Abbiamo portato Ky-Mani in Italia per una serie di presentazioni e c’è stato anche un bellissimo concerto qui a Genova. Questo è un libro che amo molto perché è l’emblema di quello che vuole essere Chinaski, cioè letteratura, storia di vita, ma anche un messaggio. Per cercare di tirare su la testa. Invece di essere tutti uguali ma soprattutto tutti destinati a subire passivamente un’informazione pilotata e un appiattimento culturale senza precedenti. Su la testa sempre e comunque: questo è il messaggio. Su la testa, su la testa, su la testa.

Qui potete trovare l’intervista completa in formato video.

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