C’è un uomo che cammina in mezzo a una foresta di tronchi d’albero. Sappiamo che avanza come si conoscono per istinto le cose ineluttabili, sappiamo che va avanti perché nessuno può davvero fare altrimenti. Ma la neve che ha lapidato il suolo – lastra bianca che solo un rovo buca come un ago storto – la neve lo radica a terra, lo sprofonda. È così che si muore, sembra dire. È così che questi pali neri, che sono alberi senza chioma, intrecciano il tessuto bianco e nero di una scenografia naturale e spietata. Che poi a ben vedere non c’è intreccio alcuno: la simmetria della natura è fatta di linee parallele, solitudine geometrica che va avanti all’infinito.

In Mortale ho mischiato insieme le Langhe, un quartiere di Barcellona che è un esempio di quarto mondo e Sarajevo

mi racconta Paolo Bonfiglio. Intanto, mentre parla, riempie di parallelepipedi il foglio che ha davanti.

Mortale, realizzato nel 2009, è uno dei tre cortometraggi prodotti dall’artista insieme al musicista Mick Harris. “Animatic”, si dice, animazione più comic. Il termine non mi piace del tutto, chiarisce, ma è di questo che si tratta in sintesi.

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Paolo Bonfiglio. Oblio, matita su carta

La prima collaborazione con Mick Harris però risale al lungometraggio Fragments, un cineconcerto.

Ho ricevuto la musica composta da Harris e l’ho unita al mio archivio di immagini (fa un cenno in direzione della sua testa)

Harris non ha composto la musica per i miei disegni, così come io non ho realizzato i disegni a partire dalla sua musica: si è trattato di un processo parallelo, fatto anche di aggiustamenti progressivi e reciproci.

Io ascolto, caduta a capofitto in questo mondo che affascina solo a sentirlo raccontare, e intanto ripenso a quello che Paolo mi ha raccontato di sé. Da piccolo guardavo un mucchio di televisione, mi ha detto poco fa, cartoni animati belli e meno belli, ne guardavo un sacco.

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Paolo Bonfiglio. Radiomarelli, olio su tela

Mi immagino le Langhe – sono nato tra Acqui e Alba – , sono gli anni ’70. Mi immagino il freddo e la neve, il buio presto. Adesso che vive tra Parigi, le lezioni all’Accademia di Belle Arti di Genova e le sue Langhe, quando torna a casa quel tempo lo dedica alla scrittura.

C’è troppo buio per dipingere a olio, spiega:

Scrivo per ragioni ambientali

Davanti alla stufa, con il buio dietro i vetri della finestra, la scrittura diventa un fatto determinato dalla stagione. Sorrido. E penso che questo bisogno di esprimersi praticando molti linguaggi (la scrittura, l’immagine in movimento, il disegno e la pittura) sia l’unico modo di assecondare un impulso narrativo che non dà tregua. Faccio tutto io, mi dice a un certo punto parlando dei suoi lavori teatrali. E non si tratta di mania di controllo, è chiaro, e nemmeno del desiderio pure comprensibile di esprimersi in tutti i modi che gli sono congeniali: è piuttosto un’assunzione di responsabilità totale.

Paolo Bonfiglio. The priest, olio su tela
Paolo Bonfiglio. The priest, olio su tela

C’è un cane che rosicchia un teschio, lo fa per gioco. Ancora bianco e nero. Il teschio – la valigia piena di ossa è il bagaglio del passato, mi sussurra all’orecchio la Mater – il teschio può essere il mio, il tuo, il suo. Il teschio, le ossa, riguardano tutti noi mortali. E mortale può essere la memoria, rosicchiata, rosa, erosa.

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Paolo Bonfiglio. Vanitas, penna su carta

La scomparsa della memoria è il pericolo più grande

Ed è già in atto.

Lavoro moltissimo, adesso, mi spiega. Dice che vuole compensare quel periodo di spreco, lo chiama così, di esuberanza creativa in cui ha indugiato da ragazzo. Eravamo nichilisti, la mia generazione ha sprecato, ha vissuto interi anni con poca cura. Si trovava facilmente un impiego negli anni ’90, si poteva viaggiare. Adesso, mi dice, voglio fare bene animazione, e quando insegno, ci metto tutte le energie.

Mi parla, ancora, di due nuove idee/immagini su cui lavorerà a breve: la danza dei corvi che si litigano la spazzatura a Les Halles e il movimento delle foglie secche sollevate dal vento – casuale sì, ma c’è una regola, mi assicura, l’ho scoperto facendo una sequenza fotografica, è straordinario. Mi parla di Mala Tempora, un progetto ampio che richiederà moltissimi anni di lavoro. Prima di Mala Tempora, mi spiega, tutto quello che c’è prima l’ho chiamato Tempora.

Tutto questo è Tempora.

In Officina Letteraria, dal 10 Ottobre al 22 Novembre.

www.paolobonfiglio.altervista.org

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