14 Dic

Image credit Amanda. Licensed under CC by 2.0.

di Michela Traverso

 

Ancora a occhi chiusi, mentre la mia mano cerca sotto le coperte quella di mio marito, la mente si accende prima del secondo perentorio richiamo della sveglia e visualizza i fogli dell’agenda. La giornata ha inizio.

Mi alzo, mi tolgo il pigiama, mi soffermo un istante di fronte allo specchio: il solito corpo ogni mattino diverso, né meglio né peggio, plasmato da un nuovo giorno.

Vado in cucina, preparo la colazione e “drinnnn”, terzo e ultimo squillo della sveglia.

Ancora a occhi chiusi, mio marito si accomoda a tavola, con una fumante tazza di tè, biscotti, miele e marmellata ad accoglierlo, mentre io sorseggio un limone spremuto, rimedio a tutti i mali o almeno me ne convinco. Il sapore aspro mi fa tremare, ma sono orgogliosa della mia costanza, allontanando a dopo il secondo step: una fettina di zenzero crudo. Dicono sia un antidolorifico naturale, sicuramente è fuoco vivo in bocca nei secondi necessari per masticarlo e ingurgitarlo. Sono due momenti che definisco al limite del “masochismo” tipico femminile.

Mi siedo a fianco a lui e comincio la mia vita “sociale”: parlo, domando, come risposta ottengo mugolii e sbadigli. Dopo circa dieci minuti il mio monologo si trasforma lentamente in un dialogo.

Dopo un bacio benaugurale a mio marito e riassettata casa, esco.  Come ogni giorno, affronto l’incubo mattutino: “Traverso, ho le orate in offerta, la rana pescatrice a un prezzo speciale, acciughe nostrane…”

Con l’immagine del congelatore strabordante di pesce davanti agli occhi, declino cortesemente l’ invito, maledicendo il giorno in cui mi sono lasciata affascinare da due occhiate fresche. Da quella mattina è sempre la stessa “scenetta” tra le risate dei passanti e i “mugugni” del pescivendolo, deluso dai miei inevitabili  “alla prossima”.

Parte così l’avventura della spesa: il giro turistico tra offerte convenienti o truffe indorate, tra bancarelle e negozi.

Già carica di sacchetti e sacchettini, alle 9:30 mi concedo una sosta: una tazza di ginseng, una lettura annoiata del quotidiano in dotazione al bar e l’inizio della ricerca “del” lavoro o meglio “ di un” lavoro.

Consulto le mail dal cellulare, leggo le offerte sempre più originali, valuto corsi e concorsi, esaminando le competenze richieste esplicitamente e quelle celate tra una parola e un’altra.

Prima, cerchi in base alle tue esigenze e, infine, ti plasmi in relazione alle proposte: mi ritrovo così a indossare vestiti troppo corti o troppo stretti o di altri, ma provo comunque.

Mi trascrivo sull’agenda mail, numeri telefonici, indirizzi a cui inviare i miei variegati curriculum vitae: “il lavoro della ricerca del lavoro”.

Sono inserita nelle “Liste di collocamento mirato” e con una percentuale di invalidità sono stata classificata, inquadrata e per un breve momento ho sentito “garantiti i miei diritti”.

Poi ti scontri con la realtà: cerchi le inserzioni specifiche per la tua collocazione e scopri che sono richiesti “inabili perfettamente abili”.

Con il solito sconforto post-ricerca, la lista di mail da inviare e le telefonate da fare, torno a casa e mi siedo di fronte al pc con il telefono vicino, candidandomi per l’uno o l’altro annuncio.

Esco nuovamente e proseguo le tappe mattutine: posta, banca, assicurazione. Ogni giorno uffici diversi  ma volti uguali con la stessa maschera di falsa cortesia e di reale insofferenza.

Terminata la dose di pazienza mattutina, rientro a casa con il solito bus stracolmo, riesco comunque a trovare un angolo in cui incastrarmi e proseguire la lettura di un nuovo libro: terapia  necessaria per ossigenare la mente dall’inquinamento giornaliero dell’anima. Dopo un po’ scopro di aver già superato la mia fermata: pazienza.

Varco la porta di casa, evitando vicini bramosi di sparlare dell’uno e dell’altro, e torno di fronte al pc per consultare la posta elettronica: a parte pubblicità o spam, nessuna risposta.

Mi preparo il pranzo, organizzo la cena, invio ancora qualche messaggio, faccio le ultime telefonate, arriva così il primo pomeriggio ed è ora di riuscire. Già stremata e con la testa in confusione, inizia la seconda fase della giornata: il mio pomeriggio pseudo-lavorativo. Sono le 14:30,  parto per la Val Bisagno per poi spostarmi in Val Polcevera.

Da due anni, in attesa di un vero impiego, mi destreggio con ripetizioni a chiunque me lo chieda. Così trascorro i miei pomeriggi a casa dell’uno e dell’altro, passando da esercizi elementari di matematica alla discussione di funzioni logaritmiche, dall’organizzazione sociale degli antichi egizi ai moti del ’48.

Anche se considerarlo lavoro è una battuta comica, è un impegno gratificante.

Arriva il tardo pomeriggio. Sono in metropolitana, la mente vaga ed ecco idee confuse si trasformano in possibili incipit per nuove storie. Scrivere è il mio hobby rigenerante, capace di mantenermi psicologicamente stabile, almeno all’apparenza.

Estraggo l’agenda, una penna e inizio a cercare una pagina ancora libera a sufficienza per lasciare che una nuova storia prenda forma. Questi sono i miei venti minuti di “Yoga mentale”: libero la mente, riordino i pensieri e alleggerisco le tensioni del giorno.

Arrivo a casa, stanca ma rigenerata “dalla mia terapia”, pronta ad affrontare l’ultima parte della giornata.

Mi libero dai vestiti e dalla maschera quotidiana e, con un abbigliamento comodo, mi preparo ad accogliere mio marito, di fronte a una tavola “imbandita”.

Ancora una controllata alle mail, una lettura veloce alle notizie on-line e spengo ogni contatto con l’esterno: ora è il Nostro momento. Sento la chiave nella toppa: è arrivato!

Ceniamo tra aggiornamenti sulla giornata trascorsa, commenti sull’ennesima puntata di Star Trek  e ci coccoliamo con un buon bicchiere di vino per apprezzare ulteriormente queste ultime ore di un lunedì qualunque.

Dopo cena ci corichiamo sul divano ad aspettare che inizi uno speciale di Dario Fo sul Caravaggio.  Lui si addormenta, mentre ci coccoliamo. Continuo ad accarezzargli la testa appoggiata sulle mie gambe e a seguire il programma. Ben presto però il suono ritmico del suo respiro mi accompagna in un lento torpore.

Dopo un tempo indefinito, ci svegliamo quel minimo indispensabile per raggiungere il letto, coricarci abbracciati e riprendere il nostro viaggio nel mondo dei sogni, con l’augurio di svegliarci l’indomani ricaricati a sufficienza per affrontare una nuova giornata con il necessario ottimismo.

Per il momento voglio ancora godermi gli ultimi istanti di questo lunedì, tra il calore rassicurante delle sue braccia, mentre nella mente si materializza l’ultimo pensiero della giornata: “Domani devo ricordarmi di…”.

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