10 Nov

“È verità universalmente riconosciuta che uno scapolo in possesso di un solido patrimonio debba essere in cerca di moglie”. L’incipit di Orgoglio e pregiudizio, forse uno dei più noti nella storia della letteratura, riassume con tagliente semplicità il leitmotiv della scrittura di Jane Austen.

La sua vita è trascorsa fra le confortevoli quattro mura della casa nell’Hampshire, in compagnia della madre e delle sorelle, mentre il mondo là fuori esplodeva per gli stravolgimenti economici e sociali derivati dalla rivoluzione industriale e Mary Wollstonecraft (madre di Mary Shelley, autrice di Frankenstein) pubblicava il primo volumetto britannico sul tema dell’emancipazione delle donne, precursore del movimento delle suffragette. Come classificare una scrittrice di estrazione borghese, vissuta alle spalle dell’era vittoriana e morta “senza marito” a soli 42 anni? Conformista o femminista? Inguaribile romantica o unica ispiratrice della Stanza tutta per sé di Virginia Woolf?

“Ragione e sentimento”, “Orgoglio e pregiudizio”, “Mansfield park”, “Emma”, “L’abbazia di Northanger”, “Persuasione”. I sei romanzi di Austen dipingono un percorso di formazione dell’io femminile che scardina con ironia le convenzioni sociali in cui la stessa autrice vive e nelle quali ha piena fiducia. Le sue protagoniste-tipo, che non hanno precedenti in letteratura, sono consapevoli del loro ruolo nella società – in cui avere un marito e una dote ha un’importanza cruciale – ma rivendicano la volontà di sposarsi per amore e per libera scelta, non per imposizione o convenienza. Le donne e gli uomini che ambiscono a tale destino, ricordiamo, sono i villain, i “cattivi” (o le “cattive”) della storia (Lucy Steele, Charlotte Lucas, Mr Elton).

L’esplosione finale delle sue storie non è il matrimonio, ma la ricerca della felicità.

La costante ricerca di qualcuno da amare non si limita alla vita matrimoniale. Nessun personaggio di Austen agisce nella solitudine, ciascuna ha un proprio contraltare in una co-protagonista – quasi sempre diversa per carattere e ambizioni – con cui coltiva un profondo legame di sorellanza. Pensiamo a cos’ha rappresentato Jane Bennett per la sorella Elizabeth, Elinor Dashwood per Marianne, fino a Lady Russell per Anne Elliott. Visti uno dopo l’altro, nell’ordine cronologico in cui sono stati scritti, i sei romanzi costituiscono un inedito percorso di formazione, in cui le protagoniste (come fossero sei facce di una stessa medaglia) sperimentano una

«trasformazione del sé in relazione con l’altro.»

Il saggio di Liliana Rampello “Sei romanzi perfetti“, edito da Il Saggiatore, analizza dunque la produzione narrativa di Austen nelle sue tre dimensioni essenziali: personaggi, trama e spazio. Uno dei pregi delle sue opere è che a distanza di tempo, anche se non ricordiamo nel dettaglio gli snodi narrativi di ogni singolo romanzo, abbiamo ben visibili nella mente alcuni elementi cardine.

Anzitutto le storie avvengono in uno spazio perimetrale ben definito (la tenuta, la villa, il piccolo villaggio, precisi quartieri di Londra), che assume un significato simbolico nel momento in cui il possesso o meno di un’abitazione dignitosa è essenziale per il consenso al matrimonio. La “povertà” di Frederick Wentworth in “Persuasione”e di Edward Ferrars in “Ragione e sentimento” ne sono un esempio.

Vi sono poi alcuni topoi che ritroviamo in ogni opera: l’inchino di saluto quando uomini e donne si ritrovano nella stessa stanza, i ricevimenti in maestose sale da ballo, le fanciulle colte da svenimento, l’invio furtivo di lettere e biglietti.

Non si trovano riferimenti alla Storia, al mondo che avanza al di fuori delle quattro mura in cui le protagoniste vivono la propria educazione sentimentale. Il mondo descritto da Austen procede lineare, senza svolte improvvise e colpi di scena: sono i dialoghi tra i personaggi, in particolare fra uomini e donne, a essere essi stessi azione.

L’eroina è capace di mantenere, nella conversazione con un uomo, il proprio autonomo punto di vista sulla realtà, ed è così profondamente consapevole dell’antica e logora disputa fra uomini e donne sulle possibilità di queste ultime di fare quello che vogliono, da zittire molto ironicamente, quando ne ha l’occasione, il suo interlocutore.

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