24 Gen

  • Autore Officina Letteraria
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Famiglia mista

di Silvia Casaccio

Mio marito è di razza ariana, io sono ebrea.
Il nostro è un matrimonio misto privilegiato, come lo definiscono loro.
Non sono stata costretta ad abbandonare casa né i nostri figli e portare la stella, ma i vicini non ci rivolgono più la parola e siamo isolati.
A me non pesa, mi ferisce il comportamento di Frank che mi costringe a stare lontana dalla mia famiglia. “E’ pericoloso, non possiamo fare mosse false” dice lui.
Protegge i nostri figli.
Frank mi riferisce che al lavoro i colleghi lo ignorano.
Li sente parlare della nostra situazione. Lui non ha il coraggio di affrontarli.
Non è mai stato un uomo coraggioso e si fa forza attribuendomi delle colpe.

Non apertamente ma coi fatti: cenando in silenzio, non guardandomi negli occhi, non sfiorandomi.
Sono sempre io! Vorrei gridarglielo ma le parole mi si strozzano in gola e scoppio a piangere. Ottengo così solo il suo biasimo.
Avrei dovuto ascoltare mio padre quando mi diceva di non sposarlo “non è l’uomo per te”. Io però ne ero innamorata. Le persone appaiono migliori quando non ci sono criticità.
Con mia madre ci scambiamo delle lettere. Le nascondiamo ogni volta in un posto diverso. In ogni nostra corrispondenza c’è l’indicazione di dove si trova il messaggio successivo. Frank non sospetta nulla.

I miei genitori se la passano male, sono senza lavoro nonostante siano due medici stimati. Almeno prima.
Ora praticano la professione di nascosto e solo per gli ebrei come noi.
Sono stati costretti a vendere i quadri e le porcellane per pochi soldi.
Patiscono la fame, mia madre è molto dimagrita anche se non lo ammette.
I vestiti gli stanno grandi.

Potessi abbracciarla, dirle quanto le voglio bene, portarla via dalla Germania.
Non esiterei a lasciare tutto e tutti ma il tempo per fuggire ormai è passato, lasciandoci increduli e senza speranze.

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