24 Gen

Ero solo un farmacista

di Elena Gallia

Ero solo un farmacista, oggi sono criminale
Da quel momento divenni responsabile dell’approvvigionamento e della formulazione di nuove preparazioni a base di morfina, scopolamina, luminal e verolan.

Mi chiamo Albert Keller, sono nato nel 1901 nel distretto di Wiesbaden. Ho studiato chimica, come mio padre e prima di lui mio nonno, per diventare farmacista e rilevare l’attività di famiglia. Mio fratello maggiore è morto durante la grande guerra, mia sorella è entrata in seminario per divenire suora di clausura, quindi in un certo qual modo sono rimasto l’unico figlio. All’età di sedici anni mi è stata diagnosticata una distrofia della retina all’occhio destro, che mi ha impedito di entrare nell’esercito, fanteria, come è stato per mio fratello. Nel 1924 mi sono sposato e mia moglie ha dato alla luce 4 bellissimi bambini, Alfred, Erich, Helmut e la piccola Annette. Era il 4 marzo del 1936 quando mi venne recapitata a casa una lettera dal Ministero della Sanità, nella quale mi veniva richiesto di prendere servizio presso il centro di Eichberg come responsabile chimico-farmaceutico. Dal 1936 al 1940 la Farmacia Keller venne gestita ad orario ridotto da mia moglie, mentre io tutte le mattine dal lunedì al sabato, timbravo la presenza presso l’Istituto di Salute Pubblica. Dapprima mi venne chiesto di riorganizzare i magazzini, inventariando e trovando nuovo destino ai farmaci scaduti. In un secondo momento mi venne chiesto di firmare un plico di documenti nel quale garantivo segretezza e discrezione circa il mio operato al servizio del governo. Da quel momento divenni responsabile dell’approvvigionamento e della formulazione di nuove preparazioni a base di morfina, scopolamina, luminal e verolan. Ogni settimana arrivavano ricarichi di materia prima, era quindi mio compito saggiarli, stoccarli e via via formularli in mono-somministrazioni iniettabili. Avevo a disposizione un laboratorio non più grande di 12 metri quadri, adiacente a un magazzino grande tre volte tanto.

Trascorrevo le mie giornate li dentro, scandite da 4 campane. La prima del mattino all’arrivo del carico. La seconda a distanza di circa tre ore, per il ritiro del primo lotto di siringhe. In 2 ore riuscivo a preparare all’incirca 30 mono dosi. La terza a metà giornata indicava la pausa pranzo. E con l’ultima veniva ritirata la seconda tornata. A quel punto potevo rientrare a casa. Non mi era concesso di parlare con nessuno, non disponevo di nessun collaboratore. Gli stock di monodose pronti all’uso dovevano essere lasciati al suono della campana sul carrello metallico dell’anticamera. Sarebbero stati recapitati pochi minuti dopo da un’infermiera. Per molto tempo non conobbi il destino di quelle fiale. Un giorno chiesi al mio superiore, l’uomo che in origine mi fece firmare le carte, e rispose che l’ospedale aveva aumentato i posti letto accogliendo pazienti in fase terminale. La mattina dovevo entrare dalla porta sul retro, quella dell’ala nord ovest, e dovevo obbligatoriamente accedere al mio laboratorio attraverso le scale interne. Non mi era permesso transitare per i corridoi, accedere ai reparti. Dissero per ragioni di sicurezza e riservatezza. Venni a sapere per caso. Non si accorsero che la porta dell’ultimo bagno in fondo era chiusa e che in quel momento non mi trovavo in laboratorio. Stavano in piedi davanti all’orinatoio con l’uccello tra le mani. – Nelle ultime due settimane abbiamo avuto 32 decessi e nessuno dei genitori può sospettare non si tratti di morte naturale. Quelle iniezioni discrete sono miracolose, la polmonite è salvifica .- Scrollarono l’uccello, chiusero i bottoni e risero come rapaci appagati. Dopo allora ricordo solo la puzza di vomito tra i piedi.

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