20 Dic

Ma cosa sono ‘sti nidi di ragno?

di Marco Cassini

Giovedì 27 luglio 2017 ore 11. Siamo nella saletta della Biblioteca di Apricale per l’inizio del Laboratorio Estivo di Officina Letteraria “Cercatori di Storie”.

Vengono fatte le presentazioni: Alessandra, Angela, Cristina, Clara, Lena ed io (finalmente libero dagli impegni lavorativi che mi avevano impedito di partecipare alle prime quattro precedenti edizioni), la nostra vita in poche parole per conoscerci meglio e legare.

Il depliant recita “Da uno spazio, una persona, un oggetto, a un incipit. Cinque scatti per una storia. Una macchina fotografica, è sufficiente quella del cellulare, e un giro per il paese. Ecco i Cercatori di storie. Impressioni visive, intuizioni, emozioni. Quando si entra in uno spazio occorre decifrarlo, Si ‘scatta’ e poi si selezionano le immagini per una storia. All’interno del suggestivo Castello di Apricale, Ester Armanino, scrittrice/architetto, ed Emilia Marasco, scrittrice/docente di Storia dell’arte,, vi racconteranno spazi e figure, vi offriranno informazioni, suggestioni e metodi per scrivere un incipit fulminante per una storia intorno a cinque scatti fotografici, Le storie saranno pubblicate sul sito di Officina Letteraria www.officinaletteraria.com”.

Emilia sottolinea che si tratta di un laboratorio, un concept, la meta è possibile ma non sicura. Dovremo cercare, guardare, vedere, osservare, imprimere, saper afferrare un’idea nello spazio fisico e mentale di un borgo, medievale ma vivo. Individuare e cogliere “i segni più deboli del luogo”: un indumento, un’ombra, un tatuaggio, un chiodo arrugginito in un muro, possono diventare protagonisti (la parola muro mi fa balenare l’idea/ricordo dei nidi di ragno). Si prosegue citando Picasso “io non cerco trovo!” Ester ricorda l’approccio che hanno i bambini, curiosità, emozioni, impressioni che andranno finalizzate ad individuare una didascalia, un titolo.

Ci viene consegnato il racconto Avventura di un fotografo di Italo Calvino ( immancabile ma per me che combinazione!), sul bancone viene posto Tentativo di esaurire un luogo parigino di Geoges Perec e se ne discute. La situazione mi piace ma forse si parla troppo e ci si distrae. Ore 12,30, ci viene assegnato un breve “compito in classe”: Descrivi il paradiso.

“L’aria è frescolina e anche le persone un po’ gelide. Sorridono tutti, Sembra non manchi niente, È soprattutto la musica che ti fa sentir bene. Celestiale. E le luci. Le luci sono allegre. La musica aumenta. L’atmosfera si scalda. Mi faccio coraggio: «Permette signorina?» «Non so ballare!» «Neanch’io!». Cominciò tutto così alla balera “Il Paradiso”.

Questo è stato il mio “svolgimento, gli altri tutti più in tema con descrizioni piacevoli, prevalentemente bucoliche, forse per me il Paradiso è troppo lontano, o troppo vicino.

Alle 13 pranzo al ristorante A Ciassa : verdure ripiene (mitici i fiori di zucca), insalata mista, minerale e caffè, 10 euro. Breve pausa.

Alle 15 si ritorna in biblioteca, conduce Ester che chiede: «Quanto conta per voi il paesaggio?».

Ambientazione, spazio, location. Il luogo modifica la storia, deve essere percepito. Bisogna sentirlo, trovarcisi. Geografia, toponomastica, mappe. Il paesaggio è un personaggio. Va osservato, descritto, ascoltato. Bisogna starci dentro con curiosità, esplorare. Lo scrittore sta dove vive e dove costruisce il suo romanzo. Quando scrive deve essere presente. Qui e ora. Con tutti i cinque sensi. I luoghi devono essere visibili  e concreti. I dettagli poi fanno la differenza, le parole stesse sono dettagli. Non utilizzare le frasi fatte, i luoghi comuni stonano sempre.

Arriva Emilia con uno strano volume 462 idee per scrivere, si tratta di una raccolta di esercizi richiesti dai curatori del testo a scuole di scrittura e scrittori in America.

Ci viene consegnato un elenco stilato da Georges Perec con 52 specie di spazi.

Dopo una discussione – Emilia ed Ester sono professionali, affascinanti e assistenzievoli – ci viene assegnato un altro breve compito: raccontare un  luogo esplorato da bambini. La frase iniziale deve essere “Ho sei anni e sono in…”.

“Ho sei anni e sono in chiesa, i miei genitori mi portano spesso qui e ho una certa confidenza con questo ambiente ma oggi ho scoperto una cosa strana, stropicciandomi gli occhi assonnati e lacrimosi sono stato sorpreso da una quantità di raggi luminosi. La semplice luce di una candela se la guardo con gli occhi umidi e come se esplodesse in mille strisce di luce e qui le fonti luminose sono molte, comprese le vetrate su cui batte il sole. Non capisco bene, sono esterrefatto, con i miei occhi e le mie lacrime ho modificato la realtà. Mi perdo nell’esplorazione di questi effetti sfavillanti, non mi rendo conto del tempo e del resto. Poi riapro bene gli occhi, nessuno si è accorto di nulla, torno a seguire la funzione, a respirare l’odore d’incenso, con un po’ di senso di peccato”.

Vengono letti tutti i brevi testi, mi viene il dubbio che gli altri siano più avanti; la discussione è sempre interessante, Emilia e Ester sono prodighe di consigli e esortazioni, viene citata Anais Nin “Non si vedono le come sono, si vedono come siamo”.

Ore 17: visitiamo il Castello di Apricale, riceviamo gli ultimi consigli, poi ognuno va per i fatti suoi in cerca di immagini su cui costruire una Short Story che costituirà il frutto del nostro laboratorio.

Io mi dirigo verso la parte del paese esposta a nord-ovest chiamata Ubagu   che significa “a baccìo” cioè all’ombra. Il sole vi arriva solo nei mesi estivi, in inverno è fredda, umida e scivolosa. La gente la evita anche d’estate perché infestata di ortiche, muschio ed erbacce. Per noi bambini era la preferita e lì si svolgevano i nostri accampamenti con capanne e battaglie e dissodamenti, lontano dagli sguardi degli adulti. Lì c’è una viuzza chiusa, senza denominazione, disabitata che, partendo da Via Garibaldi poco sotto la Casa del Boia, si va a frangere sotto l’antica cinta muraria. L’avevamo chiamata Via RuMaSiSà in onore dei quattro bambini che si erano improvvisati esploratori: Rubertin, Marcu, Silvano e Sandro (in ordine crescente di età dai 6 ai 9 anni). Lì mi ritrovo a cercare, dopo 55 anni di assenza, un “segno debole del luogo” soggetto che non avevo mai pensato di fotografare ma che stamane mi è apparso alla mente molto appropriato e letterario: i nidi di ragno. Li fotografo entusiasta (vedi foto). Più che nidi si tratta di tane/fori fra le pietre di vecchie pareti, cunicoli circondati da ragnatela ma con una bellissima porta perfettamente circolare mimetizzata. Mi sembra una bella immagine su cui lavorare anche perché so che potrò chiedere aiuto al mio amico Eric un famoso entomologo belga che è in vacanza in paese dove ha comprato e ristrutturato un rustico. Sono molto soddisfatto delle mie foto e mi reco da Eric, anche lui si dimostra molto incuriosito e vuole che lo conduca sul posto, chiama anche il suo amico Didier, grande artista, non avevano mai visto una cosa simile continuano a rimirare e a commentare queste aperture intatte e funzionanti. Ri-fotografo il nido mentre Eric con un rametto ne tiene aperta la porta, ho deciso sarà questa l’immagine principale su cui lavorare fra le cinque da utilizzare come cercatore di storie. Mi vedo già nella stesura del testo: descriverò le abitudini, come si nutrono, come si riproducono, quanto vivono, il loro nome scientifico e volgare, la diffusione ecc cercherò di “farci entrare anche Calvino”. Ma Eric mi gela: «Sono entomologo, conosco ben poco dei ragni, che non sono insetti, e assolutamente nulla di questo tipo di ragni» e non conosce neanche Italo Calvino.

Mi sento smarrito, deluso e scombussolato. Ricordo di aver visto, nelle vicinanze una famiglia di insetti rossi e neri, a forma di scudo/stemma, molto curiosi, Eric mi dice subito il nome belga e latino e mi spiega tutto di questi animaletti ma non è entusiasta come per i nidi. Le cose che si conoscono troppo non meravigliano più, non emozionano, meglio il mistero così è anche per le donne e l’arte contemporanea.

 

Venerdì 28 h 10, ci ritroviamo in piazza.

Ognuno mostra le sue immagini, si fanno i commenti, son belle e stranamente molto differenti e originali si vede che sono state attivate fantasia e creatività. Ci rechiamo in biblioteca, sotto la guida di Emilia ed Ester si scelgono le foto e si inizia a scrivere. Faccio molta fatica sia perché non ho il pc sia perché non so imbastire una storia sui nidi di ragno. E dire che durante la notte mi ero andato a rivedere L’arte di collezionare mosche di Fedric Sĵoberg. Ora sono bloccato davanti a questo foglio bianco che mi dà ansia, quasi vertigine e angoscia. Mi sembra di essere all’esame di maturità, mi sento il più imbranato, scrivo, cancello, riscrivo, cambio idea. Mi saltano alla mente molte piccole trame, penso a La mosca di Claudio Lolli, alla Vita delle api all’ipotesi che gli insetti domineranno il mondo, alle farfalle, agli scarabei stercorari, alle libellule, alle larve dei cadaveri che diventeranno mosche a “quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo lo chiama farfalla”. Sono troppo complicato.

Arriva l’ora della pausa pranzo. Alle 15 si riprende a lavorare. Ester parte, Angela le dà un passaggio in auto fino alla stazione di Bordighera.

Sono scombussolato, Emilia annuncia che fra due ore si darà lettura dei primi elaborati, mi faccio coraggio con una battuta “spaesato nel mio paese”, prendo gli appunti della giornata precedente e decido di fare una cronaca, questa, del nostro laboratorio di scrittura.

Alle 17 Emilia fa il punto. A volte una piccola storia e una fotografia ci fanno vedere più di un lungo racconto. Io penso a Lalla Romano al suo Romanzo di figure e alle foto che Sandro Libra aveva scattato nei luoghi biamontiani, a Nico Orengo, ma sto zitto, non voglio fare il saputello e sarei fuori luogo, si tratta di lavorare non di fare discorsi. In questi casi meglio una piccola storia, dice Emilia, del tipo “La strada di casa” con una delimitazione del campo di azione, senza dilungarsi, magari con una sorpresa nel finale  che soddisfi il lettore, lo meravigli.

È proprio così, lo deduco poi all’ascolto dei testi già delineati, tutti migliori del mio, con un incipit e un finale, divertenti o commoventi (per esempio Cristina che mi ha riportato alla mente Pipu de Ruseta un reduce apricalese della grande guerra). Anche Lena, svedese che vive in Germania ma adora Apricale, ha lavorato sodo sfornando due deliziose storielle.

Io mi smarrisco fra gli appunti presi e un groviglio di idee ancora vaganti nella mia mente contorta.

Emilia, anche per distrarci ci da un compito a casa: scrivere un’Ode alla cipolla.

Prima che il gruppo si sciolga faccio il cicerone nella parte più antica del borgo. Passiamo sotto l’antica porta d’accesso e faccio notare quello che io definisco “videocitofono del XII secolo”. Mi scatta un rimpianto: questo piccolo e profondo foro avrebbe potuto diventare il protagonista della mia short story, apparentemente “un segno debole del luogo” sconosciuto e nascosto, ma chissà quante volte è stato determinante per il riconoscimento di chi si presentava. Non bastava “la parola d’ordine” occorreva guardarsi negli occhi.

 

Sab. 30 h 10: colazione al bar e lettura delle nostre odi alla cipolla.

Cipolla mia adorata,
dai gusto, col groviera,
all’insalata,
alla focaccia e alla farinata.
Cipolla mia, di lacrime foriera
Ma non di coccodrillo
o di mandrillo.
E neppur d’amore o di languore,
semmai di languorino
che suscita il tuo soffritto
spruzzato di buon vino.
E la casa
dal tuo profumo è invasa.
Ti sposi col pomodoro sulla pugliese
dove la mozzarella ti fa bella.
Non incidi sulle spese,
dai vita al ragù,
cosa si può voler di più.
Cipolla mia, beccati ‘st’ode
con due uova sode.
Cipolla di Tropea:
mors tua vita mea!

Son divertenti e decidiamo di “metterle in bella” e donarle al ristorante.

Riprendiamo per perfezionare i nostri saggi. Perfezionare? Io vago ancora con la fantasia sul videocitofono. Se la vicina Monaco fosse stata dotata di tale marchingegno quel giorno Malizia Grimaldi sarebbe stato smascherato e gli sarebbe stato impedito di entrare e impadronirsi della rocca. In zona, a proposito di Apricale si dice “paielse dei mati” ; “semple fighe, semple fighe” ma anche “candu Bligal u l’eira Bligal, Munegu u l’eira un ruvear” cioè: “paese dei matti”; “sempre fichi, sempre fichi”; ma anche “quando Apricale era nel suo massimo splendore, Monaco era una rocca di rovi (cioè Monaco un piccolo villaggio con pochi pirati e qualche pescatore mentre Apricale nel 1267 aveva i suoi Statuti con la sua legislazione e organizzazione giuridico-amministrativa). Forse Malizia Grimaldi aveva provato prima a impadronirsi di Apricale e, se non fosse stato per il videocitofono, oggi Monaco non sarebbe il Principato più ricco e famoso del mondo ma un semplice borgo marinaro: niente Casinò, niente Grace Kelly e niente Grand Prix!

E Apricale? …? Sic transit gloria mundi.

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