31 Mar

Sabato 11 aprile Officina Letteraria ospiterà Barbara Fiorio e la sua ironia per un laboratorio di scrittura ironica. Barbara, che ha fatto dell’ironia la sua cifra stilistica, spiegherà ai partecipanti cosa è l’ironia, come possono usarla al meglio per raccontare le loro storie, e li metterà alla prova con qualche esercizio di scrittura, ovviamente, ironica. Come lanciare meringhe a un Castello – non vi viene già voglia di farlo con un titolo così? – sarà un laboratorio divertente e leggero, e io, che sono già passata tra le mani di Barbara, non posso che consigliarvelo. Nel frattempo, mentre aspettate che arrivi sabato 11 aprile per venire a Officina letteraria e conoscere di persona Barbara, gustatevi l’intervista che le abbiamo fatto.

 

I : Come hai iniziato?

B : A scrivere, a sognare di scrivere o a pubblicare? Perché a scrivere ho iniziato da bambina, alle elementari, quando ho anche cominciato a leggere da sola i libri, verso i sette/otto anni. Il sogno di fare, da grande, la scrittrice è nato lì, ma ci son voluti più di trent’anni prima che io ci provassi davvero. Da adulta, ho iniziato con un blog sotto pseudonimo, quando erano ancora poche le persone in Italia che avevano un blog, parlo di tredici anni fa, e quelle poche amavano più scrivere che apparire. Quindi era tutto un po’ carbonaro, le community si creavano per osmosi, ci si sceglieva e leggeva per sintonia. Era molto stimolante, e in quello spazio protetto e portentoso ha preso vita il mio primo libro, C’era una svolta, una raccolta di fiabe classiche raccontate alla mia maniera, ma nella loro versione originale dei Grimm, di Perrault e di Andersen, di cui troverete tracce nel mio prossimo romanzo, Qualcosa di vero. Un amico sapeva dell’esistenza di un piccolo editore nel pavese, mi ha dato l’email, ho mandato il libro e il piccolo editore lo ha pubblicato. Per me era fondamentale che venisse pubblicato da qualcuno che non lo facesse per amicizia e che non chiedesse contributi alle spese. Così è stato, e non ho certo dovuto comprare cinquanta copie del mio libro per assicurare la copertura della stampa.

 I : Quando hai pensato per la prima volta che avresti potuto scrivere?

B : Quando è stato pubblicato il mio primo libro. Fino a quel momento era ancora un mio desiderio che ogni tanto tiravo fuori dal cassetto dei sogni segreti e coccolavo con tenerezza, come si accarezza il vecchio orsacchiotto con cui giocavi da piccola. Quando qualcosa di scritto da me ha preso la forma di un libro vero, ignoti lettori lo hanno comprato, giornalisti che non conoscevo lo hanno recensito con entusiasmo e al mio prof di greco del liceo è piaciuto, ho pensato che forse avrei potuto scrivere sul serio. Avevo già quarant’anni.

I :Qual è l’esigenza, il bisogno profondo che ti spinge a scrivere?

B : Ho sempre scritto, sempre. Scrivevo da bambina per farmi compagnia e inventarmi storie che mi piacessero, scrivevo lettere, mail, chat con gli amici, persino i lavori che ho fatto si sono basati sulla scrittura: scrivevo presentazioni di spettacoli teatrali, schede di promozione, relazioni, poi comunicati stampa, dichiarazioni, prefazioni. Io comunico scrivendo. Ricordo un colloquio che feci moltissimi anni fa in una grande agenzia pubblicitaria. Era un colloquio come copywriter, stavo facendo un master a Milano, in quel periodo, e un mio professore ha voluto organizzarmi un incontro col direttore creativo di quell’agenzia. Lui, all’incontro, mi ha chiesto di fargli vedere un mio book di testi. Racconti, poesie, fiabe, incipit di romanzi, quel che potevo avere. Ma io non avevo niente di tutto ciò. Non avevo mai pensato di fare la copy finché un professore non aveva deciso che io ero una creativa e dovevo assolutamente scrivere, ma non avevo nulla da far leggere. “Scusa, tu ami scrivere e non hai niente di tuo da farmi leggere?”, mi aveva chiesto stupito il direttore creativo. Gli veniva da ridere, da quanto era assurda la situazione. Gli risposi con un candore che mi imbarazza ancora oggi, e resi ancora più assurdo quel colloquio. “Io scrivo mail, messaggi, post sul mio blog – dissi – ma quelli son privati. Non ho mai scritto racconti o poesie, ho solo scritto fiabe, ma ho smesso da adolescente”. Non ebbi mai quel lavoro, ovviamente, ma tutt’ora sono amica di quel direttore creativo, diventato nel tempo anche un mio lettore.

I : Qual è l’aspetto che ti dà più soddisfazione nella scrittura?

B : Quando entro nella storia e i personaggi conducono. Perché, sarà bene rivelarlo, scrivere è divertente finché lo fai nel cantuccio della tua stanza e ti fai leggere solo da amici e parenti. Quando diventa un impegno, si aggrava di aspettative, di scadenze, di risultati da raggiungere, di quella professionalità che devi avere per rispetto degli editori e dei lettori. Scrivere è fatica, è ansia di non farcela, è passare un pomeriggio su una frase, è ragionare sul dove mettere le virgole, è rompersi la testa su un aggettivo.

Ma è anche, innegabilmente, un privilegio. Riuscire a trasformare la propria passione e il proprio talento in un lavoro è straordinario, ma molto più faticoso e raro di quel che si pensa.

Però, quando mi metto davanti al computer, comincio a scrivere e vedo la storia che prende forma, vedo i personaggi muoversi da soli, vedo le parole che scorrono e disegnano un nuovo mondo, in quel momento mio e solo mio, dove io riesco a muovermi con familiarità, dove rido, mi commuovo, mi indigno e partecipo, creo, decido, ecco, quello è il momento in cui sto bene.

I : Cosa hai provato quando è uscito il tuo primo libro?
B : Quello che ho provato quando è uscito il secondo, poi il terzo e tra pochi giorni il quarto: gratificazione, emozione, trepidazione, paura, ansia. Anche un pizzico di terrore. So che chi è madre potrebbe guardarmi storto – la maternità è intoccabile – però pubblicare un libro è qualcosa che si avvicina molto a ciò che le madri raccontano. È qualcosa di vivo che hai tenuto dentro di te a lungo, lo hai nutrito, lo hai sentito crescere, lo hai dato alla luce. Nel momento in cui viene pubblicato, nasce e non è più tuo. O meglio, resti tu l’autrice, la fattrice, e nessuno te lo negherà mai, ma lui è ormai una creatura a sé stante e appartiene al mondo. E ai lettori.

I: Cosa è cambiato dal primo all’ultimo libro che sta per uscire nel tuo modo di essere una scrittrice?

B : Moltissimo. Sono sempre stata, fin da piccola, una vorace lettrice. Questo credo sia imprescindibile per chi vuole scrivere, e credo anche che leggere debba essere considerato una scuola dell’obbligo per gli aspiranti scrittori. Ma da quando pubblico, ho cominciato a osservare la scrittura in modo diverso, con occhio tecnico, cosa che tra l’altro mi ha fatto diventare ipercritica ed è sempre più difficile trovare un romanzo che mi entusiasmi. A parte questo sgradevole effetto collaterale, non smetto mai di ragionare sulla scrittura, mia e soprattutto degli altri (perché è dai migliori che si impara). Ho cercato di decodificare le tecniche che io stessa usavo senza sapere che fossero tecniche stilistiche, mi entusiasmo se scopro una regola che non conoscevo, vedo le ingenuità che si hanno quando si comincia a scrivere senza avere alle spalle uno studio specifico. Amo tutti i miei libri, ma mi accorgo che se dovessi scriverli oggi, li passerei nel nuovo tritacarne che sono diventata.

I: Come mai hai scelto di utilizzare l’ironia come tua cifra stilistica?

B: Non l’ho scelto, l’ironia è la mia cifra stilistica naturale. Io parlo così, osservo il mondo così, lo racconto così. Una parte della mia famiglia è molto ironica, immagino di aver preso da loro, comunque so di esserlo sempre stata, so anche di averla spesso pagata cara, questa tendenza a ironizzare, che a volte è un modo per sdrammatizzare, a volte è un’arma da difesa, e a volte altera la percezione che gli altri hanno di me. Per esempio, io sono timidissima e ho sempre paura di disturbare. Ma siccome sono una dalla battuta pronta e che non ha problemi a parlare in pubblico, si dà per scontato che sia anche intraprendente, disinvolta, una P.R., insomma. Zero.
Ho occupato più angoli e tappezzerie io di una carta da parati.

I :Che valore aggiunto dà l’utilizzo dell’ironia al racconto, secondo te?
B : Attraverso uno sguardo ironico si può osservare e raccontare tutto ciò che è la vita. Si possono offrire visioni e prospettive inconsuete, si può far sorridere dove ci sarebbe posto per le lacrime, senza per questo sminuirle, anzi. L’ironia è una cosa seria. Far ridere è una cosa seria. E anche se ha prodotto capolavori, molta scrittura ironica è ancora vittima di uno stereotipo: quello che la relega a letteratura di serie B. Quello che la fa diventare sinonimo di facilità, leggerezza, inconsistenza.

L’ironia, invece, è un esercizio delicato, che richiede – e insegna – la capacità di prendere distanza. Distanza dal proprio punto di vista, distanza dai luoghi comuni, distanza dal dolore.

E in un’epoca come la nostra, in cui la sofferenza è sempre più esibita, diventa fondamentale conoscerla, oltre che saperla usare nella scrittura, per salvarsi. Perché potrebbe essere proprio l’ironia – parafrasando Dostoevskij – a salvare il mondo.

I : Ti diverti sempre a scrivere?

B : No, non sempre. A volte mi dispero, a volte è una fatica estenuante, a volte mi sembra di non farcela , a volte mi arrabbio perché non riesco a risolvere un problema di struttura, a volte mi angoscio perché mi sembra di non aver reso abbastanza tondi i personaggi, a volte mi aggiro nervosa per casa perché non so come andare avanti con una scena, a volte mi convinco di non aver niente da dire. Poi, finalmente, e non subito, di solito dopo i primi venti capitoli (quindi starmi vicino fin lì non è una passeggiata), mi immergo nella storia e ci sguazzo come una lontra nel fiume, non vedo l’ora di poter scrivere, riesco a farlo anche nelle situazioni più disagevoli, sono felice e mi diverto.

I:Perché una persona dovrebbe leggere un tuo libro?
B : Me lo chiedo sempre anch’io. Trovo fantastico che così tante persone entrino in una libreria, comprino un mio libro e lo leggano. Non perché io pensi di scrivere brutti libri, se lo pensassi non li proporrei agli editori, ma ci sono così tanti romanzi che è difficile scegliere cosa leggere. Per rispondere alla tua domanda, io non penso che una persona dovrebbe leggermi, ma penso che i miei libri possano piacere a diversi tipi di lettori, sia donne che uomini. Le mie sono storie di amicizia, di piccole imprese eroiche, di scelte, di quotidianità, di senso di giustizia, di lati neri da affrontare, i personaggi potremmo incontrarli sul nostro pianerottolo, si sorride, si ride, ci si indigna e si parteggia. Cerco di sfuggire alla prevedibilità, ai cliché e al genere rosa. Anche se l’amore può essere talvolta un elemento presente, non gli permetto mai di essere dominante e stucchevole.

I:Cosa si farà al laboratorio di scrittura?
B: Le prime due ore, o quasi, le dedicheremo ad analizzare le varie forme di scrittura ironica in senso lato, quindi parleremo anche di umorismo e sarcasmo, per esempio. Spiegherò alcune tecniche e porterò come esempi citazioni dai miei libri, perché se devo portarvi nel mio laboratorio e farvi lavorare coi miei strumenti, è più naturale spiegarvi come sono nate certe frasi, certe espressioni, certi “trucchi”. Poi si prosegue con le esercitazioni. Tutti i partecipanti elaboreranno dei testi seguendo le indicazioni che darò, poi li leggeranno e ci sarà un confronto collettivo. Posso dire che, ogni volta che ho tenuto questo laboratorio, è stato divertente, con momenti di grande ilarità, ma anche molto liberatorio su questioni delicate che sono state affrontate con una lievità inusuale. L’ironia può farti scendere molto in profondità e farti tornar su con occhi diversi.

I:In questi giorni sta per uscire il tuo nuovo romanzo. Ti va di parlarcene?
B: Già, ormai ci siamo. L’8 aprile esce “Qualcosa di vero”, pubblicato da Feltrinelli. Stiamo lavorando dietro le quinte come forsennati, la copertina è bellissima e io sono tra l’entusiasta e il terrorizzato.
Questa volta niente Genova e niente gatti, ma una pubblicitaria di successo che inciampa in una bambina di quasi nove anni e si ritrova a raccontarle fiabe tutte le notti in cui la bimba resta a casa da sola. Da una parte, quindi, c’è Giulia, quarant’anni, serenamente compressa nella sua esistenza children free, e dall’altra Rebecca, figlia della nuova vicina, che si deve adattare a una scuola nuova, con nuovi compagni. A unirle, le fiabe vere, che Giulia le racconta senza filtri e che scateneranno non pochi problemi. Sullo stesso pianerottolo, poi, c’è Leone, un vecchio attore che irrompe a colpi di Shakespeare ogni volta che è contrariato, cioè sempre, e nella vita delle due protagoniste ci sono Lorenzo, l’art director con cui Giulia fa coppia creativa, e Daniele, il compagno di banco di Rebecca. Insomma, se fosse un film sarebbe una commedia, ma non aspettatevi di ridere solo. Da un certo punto in poi gli eventi rompono gli equilibri e si toccano anche tematiche forti e dolorose, però posso anticiparvi che quando arriverete in fondo, ci arriverete col sorriso.

E visto che ne stiamo parlando, ne approfitto per farvi un invito ufficiale a Genova il 9 aprile, alle 18.00, alla libreria Feltrinelli, con me e Qualcosa di vero. perché sarà la prima presentazione del tour che mi stanno organizzando. Si comincia da Genova, la mia città, e con il libro fresco di pubblicazione. E si prosegue per Savona, Milano, Bologna, Roma, Torino, Treviso e altre città che ancora non so. Vi aspetto in tanti, vi aspetto tutti!

 

Se siete liberi, se  avete preso impegni ma potete disdirli ( io, fossi in voi, lo farei ) ,  andate alla presentazione del nuovo romanzo di Barbara Fiorio e iscrivetevi al suo laboratorio di scrittura, Come lanciare meringhe a un castello, passerete un sabato diverso, vi divertirete e imparerete a scrivere con ironia! Io, peccato!, non l’avessi già fatto, quasi quasi lo rifarei.

Se questa intervista vi è piaciuta e volete saperne di più di Barbara Fiorio e non potete resistere fino al 9 aprile, questo è il suo sito internet: www.barbarafiorio.com.

 

1 Commento

  • Interviste e ironia | Barbara Fiorio 4 Aprile 2015 alle 9:31 am

    […] Se volete sapere del mio assurdo colloquio con il direttore creativo di un’agenzia pubblicitaria e della figuraccia barbina che ho fatto, di quali viscere si muovono quando esce un tuo libro, dello spietato editor di me stessa che sono diventata (mai abbastanza!), della mia abilità a fare da tappezzeria alle feste e di Qualcosa di vero, il mio prossimo romanzo, allora leggetela. La trovate tutta qui. […]

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