09 Mar

Vorresti prenderla e descriverla, aggiungendo mille particolari, tutto ciò che vedi. E credi che, trovato il punto di vista giusto si possa andare avanti con un certo ordine. Ma è impossibile aggiungere qualcosa a Venezia, fossero solo parole. È lei che, per prima, ti deve scegliere.

Venezia

di Laura di Biase

È lei che decide cosa darti, cosa concedere della propria essenza. E non per gelosia, o per diffidenza, ma perché l’intero sarebbe troppo per chiunque. E lei lo sa.

Sono a Venezia per la prima volta. Prima di partire ho cercato di organizzarmi con una cartina: e se mi fossi persa? E se avessi girato e rigirato per le calli senza ritrovare la strada? Mi sento più sicura, adesso, e dal finestrino del treno mi tuffo nella laguna.

È il suo primo avvertimento: non sono una città di mare, sono una città nel mare, lascia tutto, che ti porto io.

Con il fiato sospeso supero il lungo tratto di ferrovia e Venezia mostra il viso familiare di una stazione come un’altra. Allora prima era suggestione, oppure ho solo immaginato, a furia di sentire nelle orecchie Venezia e il mare, Venezia e il mare, ad ogni giro di ruota.

Finalmente scendo e trascino dietro di me la valigia.

Anche lei ha delle ruote, piccole in verità, forse è per quello che non sento il loro avvertimento, lo stesso delle ruote del treno: Venezia e il mare, Venezia e il mare

Avevano cercato di dirmelo in tutti i modi, perché fossi preparata. Esco dalla stazione.

Ho appena lasciato il mare dietro di me e me lo ritrovo davanti. Che strada può aver fatto? Non ci siamo detti ci vediamo là.

Ed è arrivato prima lui. Bello scherzo, allora giochiamo. Mi guardo intorno e riconosco la mia strada, che corre parallela al grande canale e dopo poco se lo lascia alle spalle. Così questa volta vinco io, e sparisco.

Ma Venezia sa attendere e sa dare tempo. Sa essere regina, senza essere dispotica e superba.

Da vera regina sa accogliere chi arriva nel suo regno, non svela subito ricchezze e tesori. Lascia che ognuno decida quali siano i più preziosi per sé. Il tempo passa, e intanto il sole scende un po’, mitigando uno splendore che intuisco appena.

È generosa, questa regina. Mi sa aspettare, finché mi ripresento al punto di partenza per continuare il gioco. La torta è talmente ricca, e bella, che si fa fatica a tagliarla. Ma per sentirne il sapore bisogna pur farlo e così scelgo una stradina, sottile, che non intacchi il tutto. Si comincia.

La città mi prende per mano, e con lei inizio il mio cammino. Costeggiamo il grande canale, ci lasciamo alle spalle un ponte, arriviamo all’inizio del suo cuore. E a quel punto mi lascia andare. Mi volto, e rapisco con gli occhi l’immagine della strada fatta fin lì, nel timore di non saperla riconoscere. La città che mi ha preso per mano si è sciolta e si è fatta acqua. Davanti a me rimane la regina. Prendo un respiro, mi tuffo.

Con me ho una cartina, la spiego, ma lei non ricambia e resta muta. Venezia è irriducibile, immensa grandiosità e ciò che ho in mano è troppo poco per contenerne l’anima. Ripiego il foglio e prendo un altro respiro, questa volta impercettibile, quello che basta per superare il primo ponticello. La corrente mi prende e mi spinge ad andare avanti, ogni passo un tesoro, ogni respiro una meraviglia. Davanti a me, dietro di me, e dentro di me.

Venezia è ovunque, la sua essenza si espande all’infinito e riempie l’aria che respiro. Una corrente mi porta lontano. Torno sui miei passi, lei li incrocia, li moltiplica. Inizio ad avere il fiato corto. La luce, la gente, tutto in una volta. Dovrei tornare indietro, il ritmo è troppo alto. Non posso continuare così per molto. E la regina esprime la sua grandezza, accogliente. Attenua il suo splendore, lo offusca con une luce grigia, avverte che è l’ora di tornare, di invertire la marcia e mi fa da guida.

Un tuono lontano mette fretta. La corrente si fa incerta, si ritrae, come una marea. Perdo l’attimo, catturata dal cambio di luce. Il buio si è fatto intenso, me ne accorgo, finalmente, e la corrente non è più con me. Sono sola. La piazza mi contiene e accoglie anche le prime gocce di pioggia.

Qualche passo basta per capire che quella è la prima prova che Venezia mi regala. Mi guardo intorno e inizio. Da un ponte all’altro, seguendo l’istinto, seguo tracce invisibili. Guardo il cielo, non lo trovo. Trovo un quadro di centinaia di anni fa, luce di centinaia di anni fa, muri di centinaia di anni fa. Solo l’acqua è viva.

Non so cosa seguo. Me stessa? La strada sarà lunga.

Per confondermi, arrivano lampi da chissà dove. Bisogna sentire il proprio battito sopra quello del cielo. Seguo un ritmo, poi un altro. Ormai la pioggia si è fatta intensa e lava i colori, più vivi a dispetto dell’assenza di luce. La poca che è rimasta rimbalza da una pietra all’altra. Passando da una pietra all’altra arrivo a casa.

Venezia ha mille voci. Nel silenzio ascolto quelle della notte, che mi tengono sveglia. È una città viva, e rimane viva in ogni istante. È bella. Intera. Piena.

Le grida dei gabbiani mi avvisano che possiamo ricominciare a giocare in strada, come una volta. La città mi fa vedere come si fa e la seguo.

Prima regola, cambiare.

Cambiare occhi, polmoni, tutto, e di nuovo a cercare una strada per il suo cuore. Non mi perdo più. Ora che la conosco posso dare uno sguardo al foglio appena spiegato, adesso mi svela le sue vene e le sue arterie. Per sentirmi sicura basta guardarla negli occhi, non c’è più bisogno di proteggermi e la luce della sera resta piena. Niente cambio, questa volta. Scendo qualche gradino, mentre mi accompagna sulla riva, dove il grande canale cerca di salire sulle pietre che lo trattengono. Per provarci si rompe, si fa in mille pezzi e tenta di arrivare fino a me, che lo guardo mentre mi chiama. E sento la sua voce. Calma, avvolgente, padrona del tempo e del respiro.

Un’altra notte.

L’ultimo giorno.

Venezia mi sceglie, finalmente, portandomi nel suo cuore. Sono pronta. Nessuna incertezza, cammino senza essere tenuta per mano. Ponti familiari, voci familiari, acque familiari mi accompagnano fino alla soglia del regno. Aveva ragione a farmi aspettare. Che fosse l’ultimo giorno. Che fosse l’ultima ora. Un raggio di sole, ultimo lampo dorato, fa vivere piazza San Marco. La laguna si fa sentire e vado da lei. La seguo, camminiamo accanto. Mi racconta il suo cuore, il mio è in gola.

Venezia mi chiama ancora, mi giro. E mi saluta con un tramonto impastato di rosso, ultimo regalo.

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