Andrea Bajani entra nella libreria, la percorre in longitudine e si siede accanto a Emilia Marasco, di fronte alle persone venute lì a ascoltarlo. Poi prende il microfono nelle mani e, con un gioco di passaggi, parla, legge e risponde alle domande che lei gli porge, insieme al microfono, e a molti sorrisi.

Introduzione.

Genova.
Via Luccoli 98r.
Libreria L’amico ritrovato.
Venerdì 4 Novembre.
Ore 18 (e qualcosa).

Godersi le cose belle a volte non è facile, non è facile non farsi prendere da una certa ansia di non riuscire a raccogliere tutte ma proprio tutte le pietre preziose che, con semplicità e onestà, Andrea Bajani tira fuori dalle sue tasche, presentando il suo ultimo romanzo. Forse sarà perché si intitola Un bene al mondo, e tutti quanti abbiamo, credo, disperatamente bisogno di trovare un bene, almeno uno, al mondo. Questo lo dice anche lui. E forse sarà perché, dentro al libro, Bajani ha messo proprio questo.

Un bene al mondo racconta di un paese sotto a una montagna, a pochi chilometri da un confine misterioso, Un paese come gli altri: ha poche strade, un passaggio a livello che lo divide, e una ferrovia per pensare di partire. Nel paese c’è una casa. Dentro c’è un bambino che ha un dolore per amico. Lo accompagna a scuola, corre nei boschi insieme a lui, lo scorta fin dove l’infanzia resta indietro. E ci sono una madre e un padre che, come tutti i genitori, sperano che la vita dei figli sia migliore della loro, divisi tra l’istinto a proteggerli e quello opposto, di pretendere da loro una specie di risarcimento. Ma nel paese, soprattutto, c’è una bambina sottile. Vive dall’altra parte della ferrovia, ed è lei che si prende cura del bambino, lei che ne custodisce le parole. È lei che gli fa battere il cuore, che per prima accarezza il suo dolore. (Dalla bandella)

La mia maestra di Officina Letteraria, Chicca Gagliardo, poco tempo fa ci ha detto che la letteratura è un dono. È stata Laura Bosio a definirla così. È quando puoi donare qualcosa che sei autentico, che vale la pena di provare a farlo arrivare agli altri. E Andrea Bajani questo libro stava aspettando di scriverlo da quarant’anni.

Tutti sanno cosa è un bambino e tutti sanno cosa è un dolore, anche se per tutti è una cosa diversa.

Vorrei scrivere un piccolo diario di quello che è successo davanti (e dentro) ai miei occhi durante la presentazione, vorrei che fosse una mappa capace di segnare almeno i punti cardinali, anche se le mappe, come le parole, stanno sempre un passo indietro a ciò che accade. Vorrei che ci fossero tre voci, che sono la voce delle domande di Emilia, la voce delle parole dell’autore e la voce della mia penna a riportare le risposte sulla carta.

Un flusso di domande e di risposte.

Da dove nasce l’idea di rappresentare uno stato d’animo, il dolore, come un qualcosa di concreto, di esterno a noi?

Il dolore di Bajani ha una forma di carne e di ossa, ha fatto un balzo dal territorio interno, quello di cui siamo fatti, per materializzarsi letteralmente a fianco del suo padrone, il bambino. Insieme sono i protagonisti della storia.

L’incipit letto dall’autore.

C’era un bambino che aveva un dolore da cui non voleva mai separarsi. Se lo portava dappertutto, ci attraversava il paese per andare a scuola tutte le mattine. Quando arrivava in classe, il dolore si accucciava ai suoi piedi e per cinque ore se ne stava senza fiatare. […] Il dolore era fedele al bambino, ed era solo con il bambino che voleva giocare. Mentre il bambino pedalava, il dolore a volte correva più veloce di lui con la lingua che gli pendeva tra i denti. […] Quando arrivavano al ruscello, il bambino appoggiava la bicicletta contro il tronco di un albero. Poi cercava dei pezzi di legno e delle foglie, e con quelli costruiva una barca e lasciava che salpasse verso il mare. Il dolore gli portava le foglie e i rametti e si avvicinava alla riva per vederla partire. Quindi tornavano a casa passando per i boschi. […] La sera il bambino si lavava, perché così gli avevano insegnato. Poi si metteva il pigiama. Sua madre e suo padre guardavano la televisione, e quando lui si affacciava a piedi nudi per la buonanotte non si voltavano. Il bambino e il suo dolore si incamminavano lungo il corridoio, che la sera sembrava infinito. Quindi aprivano e chiudevano la porta della camera, e il bambino si infilava sotto le coperte. C’era un giaciglio accanto al letto perché il dolore avesse un suo posto e una coperta per ripararsi dal freddo. Ma il dolore non ci dormiva mai. Saltava sul letto e si addormentava appoggiando la testa sui piedi del suo padrone. A metà della notte si infilava sotto le coperte con il bambino e lo riscaldava alitandogli in faccia fino al mattino. E quando suonava la sveglia, la prima cosa che faceva il bambino, ancora prima di aprire gli occhi, era cercare il dolore col braccio.

Il dolore di Bajani è una presenza reale, visibile, che si può toccare con le mani, vedere con gli occhi. Una creazione letteraria che costruisce una via più accessibile per capire ciò che, accadendoci dentro, a volte è impossibile da decifrare. Una idea geniale che è arrivata all’autore dopo un lungo periodo di grande difficoltà nella scrittura. Ci racconta che stava scrivendo un altro romanzo, ma non riusciva a finirlo. Racconta che era come essere finiti in un buco. E che questo lo stava facendo quasi impazzire. Per salvarsi da questo buco in cui era finito, in quel periodo dice di aver scritto cinquanta brevissime poesie, molte di più in realtà, ma dopo una attenta scelta ne sono rimaste cinquanta. Ha sempre letto e scritto poesia, ha iniziato così a scrivere. Ma non erano le poesie che l’editore stava aspettando di ricevere.

Lui gliele ha mandate lo stesso, in una e-mail ha scritto:

Forse sono state soltanto il tentativo di far alzare il culo dalla sedia al mio dolore.

E lì è successo. La magia.

La porta si è spalancata. E la storia ha sfondato il foglio. Ha cominciato a girargli in testa la prima frase dell’incipit:
Anche se questa non è una favola per bambini bisogna che io cominci scrivendo C’era una volta, perché era proprio una volta che c’era un bambino.
E così in cinque mesi è arrivata la prima stesura. Bajani dice che voleva seguire il bambino e il suo dolore, seguirli nella storia, l’idea non l’ha cercata, non le ha dato la caccia: è arrivata da sé. Questo mi fa subito pensare a Maria Zambrano e ai suoi chiari del bosco, quegli spazi luminosi dentro ai grovigli, che non bisogna cercare e che si aprono solo in certi istanti: solo quando siamo pronti per capire. E mi fa pensare anche a Il poeta dell’aria  di Chicca Gagliardo, che scrive:

I calcoli del caso ti appariranno esatti quando avrai imparato a contare quante libellule azzurre sono dovute passare sotto i tuoi occhi, inutilmente, prima che tu riuscissi a fare abbastanza attenzione per vederne una.

Quando questo capita, finalmente si trova quello che stavamo aspettando. Per Bajani è stato proprio la storia di cui ci sta parlando.
La scrittura, prosegue, è organizzare in parole qualcosa che parole non ha. La grande sfida della scrittura è dire qualcosa che non succede con le parole: a tutti è capitato di voler raccontare qualcosa a qualcuno e di rendersi conto che ci può volere un’ora e mezza per raccontare, senza mai riuscirci davvero, quello che è successo in un istante.
Io, dice, cerco parole che messe tutte insieme producano una scintilla e poi scompaiano. Voglio scrivere con un tono quasi inudibile di voce. Questo libro non dice mai cosa è una cosa, cosa è un sentimento. A volte nei libri si trovano scritte cose come:”e aveva capito che la felicità era…”. A me non interessava questo, a me interessava scoprire le forme del dolore: che cosa fa il dolore, che cosa genera.

Ma che cos’è il dolore?

Il dolore è una cosa misteriosa, riprende a dire Bajani. Il cucciolo di dolore del romanzo ha una sua personalità, fa delle cose. Da lui nasce l’amore. Il dolore è una cosa che non puoi descrivere. I genitori vorrebbero trovare il tasto da premere per poterlo spegnere, magari per sempre, nelle vite dei figli. Gli adolescenti sono i più coraggiosi, sanno dire: sto male e non so perché. Il dolore è questa cosa qua, e non è tanto importante da dove arriva, che cosa pensiamo l’abbia provocato, di chi è la colpa nella propria storia. C’è qualcosa di più di “è colpa di”, dice nel microfono, seduto con le gambe accavallate e lo sguardo semplice. Le nostre paure sono di oggi, ma, in realtà, sono il frutto di esperienze umane millenarie, iscritte dentro di noi.

E poi cita Leonard Cohen:

È dalle crepe che entra la luce

Chiunque evolva accetta che le cose finiscono, che si spaccano, che cadono. Sì, è brutto, ma c’è anche qualcosa di bello: è la bellezza di una cosa che cade.

Il bambino della tua storia sa che rumore fanno le cose che si aprono e il rumore che fanno le cose che si chiudono. Cosa vuol dire questa cosa?

Il bambino sta nello spazio e tra gli oggetti con sensi e sensibilità molto acuti. Si accorge di cose che gli altri non vedono. Glielo ha insegnato il prendersi cura del suo dolore. Lui si prende cura del suo dolore e il dolore si prende cura di lui, dice Bajani.
Il bambino è una sorta di rabdomante, è alla ricerca dell’acqua, cioè della vita, che non ha niente a che fare con quello che gli altri gli dicono essere la vita. Lui non crede che la vita sia quella che gli mostrano i suoi genitori, né gli altri abitanti del paese; ha un istinto che lo porta ad essere diverso. È così che va nel bosco: lì può esercitare i suoi sensi, lì non arrivano i condizionamenti sociali, non ci sono le parolelì le cose succedono. Succedono e basta. E devi guardarle, vederne il colore e sentire il rumore che fanno. Possiamo dire, continua Bajani, che il bambino ha un istinto a sentire, a non starsene delle definizioni date. Ad esempio il bambino sa che bisogna prendersi cura del proprio dolore, sa che a negarlo, a tenerlo nascosto, in cattività, ci si incattivisce. Come è successo a suo padre. Scoprendo il dolore, lasciandogli la possibilità di essere visto, il dolore non farà del male agli altri. E ti terrà compagnia per tutta la vita, concetto che può sembrare piuttosto strano e poco desiderabile a prima vista, ma che si rivela essere una delle cose preziose che questo libro ha da offrire a chi lo legge.

Parliamo di spazio e della copertina del libro

La copertina del libro è nata da una idea di Bajani illustrata da Mara Cerri. “Lo spazio è tuo” gli ha detto lei. E così lui si è trovato a dover disegnare una bozza della mappa del paese in cui vivono il bambino e il suo dolore. Dice che gli interessavano le cose primarie: la piazza, la Chiesa, la casa del bambino, l’asilo, il bar, la casa della bambina, il cimitero, la ferrovia, il bosco, il confine.
Questo posto doveva essere il Mondo. E ogni posto nel mondo è formato da questi elementi primari. È dalle note primarie che si compongono le sinfonie.
Linguisticamente, Bajani voleva attenersi allo stesso principio: usare parole primarie. Le parole primarie sono le parole che rappresentano la vita di tutti: casa, madre, padre, bambino, dolore.
Sono parole dense e incandescenti, oneste e condivisibili.
Universali.
Tutti sanno cosa è un bambino e tutti sanno cosa è un dolore, anche se per tutti è una cosa diversa.

Che cos’è un bene al mondo?

Un bene al mondo sono le parole più grandi che siano, risponde Bajani.
Un bene al mondo è una cosa che augureresti a tutti. Non si riesce a dire cosa sia spiegandolo.
Quindi riprende il discorso di prima sulla scrittura, dice che voleva mettere più silenzio possibile tra le parole che ha scritto, da qui le righe bianche che spesso dividono i paragrafi in piccoli blocchi tra i quali chi legge può respirare e farsi attraversare dal suono e dal senso di ciò che sta leggendo.
Spero che questo libro sia letto lentissimamente, dice.

Nei tuoi libri spesso torna questa metafora delle cose che si gonfiano e poi per fortuna non esplodono.

Scrivere per me è gonfiare l’alfabeto, che tutti quanti conosciamo, e metterci dentro qualcosa di mio, afferma.
Le lettere per lui sono pezzetti, disegnetti sulla carta, che di per sé non servono a niente. Occorre soffiarci dentro e rendere le parole vive. Anche la lettura è soffiare dentro alle pagine del libro: metterci i propri occhi e il proprio punto di vista. Ognuno ci troverà cose diverse.
Ognuno apre un libro e ci soffia dentro, conclude.

L’immagine in copertina è “Mappa del paese” – illustrazione di Mara Cerri.

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