24 Mar

Ogni giorno è un passo in più che facciamo dandoci la schiena.
Ho rinunciato a tutto per lui, ai miei sogni, alla mia famiglia, alla carriera. Ma ero così innamorata e mi sembrava che non ci fosse nulla di più affascinante delle sue fotografie.

Shirley

di Giulia Barone

Una volta ho pianto vedendo gli scatti fatti durante una giornata trascorsa insieme al mare un pomeriggio d’inverno. Avevamo fatto una passeggiata, poi ci eravamo riparati dietro ad una roccia e distesi sul plaid ci eravamo addormentati. Dopo un po’ lui si era svegliato e aveva iniziato a fotografarmi mentre dormivo, mentre mi stavo svegliando e non aveva smesso neanche quando da seduta lo guardavo con la mano a visiera per proteggermi gli occhi dal sole.

Erano immagini incredibili, non sembravo neppure io tanto ero bella, ma lui diceva di vedermi così.

Era andato tutto bene fino a quando avevo desiderato un bambino. Lui non voleva figli, diceva che non se la sentiva, i suoi genitori erano morti in un incidente stradale quando aveva sette anni e il dolore provato era stato così violento da convincerlo a non volere figli per paura di poterlo arrecare lui stesso.

Ne avevamo discusso per sere intere, per giorni e settimane ma lui era irremovibile.

Ci avevo rinunciato, ma lui aveva già smesso di toccarmi, non mi cercava più, forse per paura di essere ingannato. Ricordo una mattina, era estate, lui si era alzato per andare a fare una passeggiata. Quando era tornato, io ero ancora a letto, stavo leggendo ma sentendo la chiave nella toppa avevo fatto finta di dormire e, girata di schiena, avevo lasciata scoperta parte del mio corpo nudo. Lui era entrato in camera, si era avvicinato ma aveva solamente riposto sul comodino il libro che avevo lasciato tra le lenzuola.

Mi ero immaginata una vita diversa.

Io che avevo così tanti sogni, ho scelto di dare più importanza al suo lavoro perché mi sembrava giusto: io ero solo una semplice aspirante attrice.
Quanti provini ho fatto prima di sposarmi; passavo le giornate a leggere i copioni, a provare e riprovare i dialoghi che dovevo presentare, viaggiavo sola recandomi nelle città dove stavano girando un film e così ho fatto la comparsa in vari lungometraggi, una volta sono riuscita ad entrare nel corpo di ballo di un musical.

Ma Carl diceva che non ne valeva la pena insistere, era uno spreco di denaro ed energie. E così mi sono dedicata a lui, seguendolo nei suoi viaggi di lavoro perché in fin dei conti aveva ragione.

Ora non è più l’uomo di cui mi sono innamorata, è cambiato, non accetta neanche più ingaggi che lo potrebbero allontanare da casa.

Ogni fine settimana ripete sempre lo stesso rituale.

Si alza presto, va a fare colazione al bar sotto casa, compra il giornale e una stecca di sigarette che poi fuma seduto sulle scale del giardino di casa.
Si procura ciò che gli serve per vivere due giorni barricato. Dice che è l’unico modo per rilassarsi, ma io lo so che ha attacchi di panico.
In questo rito ci sono anch’io ovviamente, lo rassicura avermi vicino, sono come uno i punti di riferimento della casa che riconosciamo quando va via la luce e camminiamo a tastoni. Sono come il pianoforte nell’angolo del salotto o la cassettiera bombata che c’è in ingresso sulla quale appoggia le chiavi quando entra in casa.

Ma io mi sento soffocare. Mi sembra di non vivere più. Quando abbiamo smesso di viaggiare ho trovato lavoro come maschera in un cinema di città, è veramente la fine più triste per un’attrice, ma almeno è un lavoro che mi permette di uscire nei weekend, altrimenti impazzirei.

Il fatto è che lo amo ancora.

Un paio di anni fa è successa una cosa che mi ha fatto credere che avremmo potuto ricominciare.
Aveva accettato un lavoro per un’agenzia pubblicitaria, doveva fare delle fotografie artistiche per un elegante albergo di Manhattan, mi aveva chiesto di fare da modella ed era uscito un capolavoro. Mentre mi muovevo intorno al letto di quella camera d’albergo mi sentivo sensuale, ammiccavo all’obiettivo e i suoi stimoli a cambiare posa mi eccitavano. Sono sicura che anche lui abbia sentito quell’elettricità.

A lavoro finito tutto era tornato come prima.

Non so se me la sento di continuare questa farsa. La vita è davvero buffa, il ruolo da protagonista che ho sempre desiderato interpretare è stato nella commedia drammatica della mia vita.

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