08 Ago

Officina Letteraria è un laboratorio, lo abbiamo sempre detto. Per scrivere non occorre solo la famosa cassetta degli attrezzi ma occorre vivere, stare nel mondo, osservare, percepire, sentire. Scrivere significa essere coscienti dei diversi punti di vista e poi sceglierne uno.

Perché Scrivere apre i porti

di Emilia Marasco ed Ester Armanino

Le isole più piccole possono nascere in una
notte e sparire in una notte. Laggiù, sotto il mare, tutte le terre emerse s’incontrano.

Siri Ranva Hjelm Jacobsen, Isola

Scrivere significa sperimentare che le storie possono cambiare corso, che si può azzardare, che quello che sembra impossibile può realizzarsi. Vuol dire sperimentare il coraggio, saper stare molto vicini al dolore.

Scrivere offre la possibilità di vivere molte vite. È fare spazio a noi stessi e agli altri e capire che lo spazio non è qualcosa di rigido, ma di modellabile e adattabile.

Ecco perché scrivere apre i porti. Perché il porto è e deve rimanere il luogo dell’approdo e della sosta, lo spazio dell’incontro e dello scambio. In cui fermarsi per poi ripartire, a cui fare ritorno. Di spostamenti è fatta la storia dell’umanità e di viaggi reali o immaginari è fatta la narrazione.

Gli altri portano storie che ci permettono di capire meglio anche la nostra storia.

Questo difficile momento di attualità impone di scegliere un punto di vista. Ecco, noi gente di scrittura, come la gente di mare, lo abbiamo scelto: Scrivere apre i porti.

Abbiamo anche un’immagine di forte ispirazione che rappresenta questa scelta: l’aria che circola tra le pennellate acquose di Nicola Magrin, lo sguardo che spazia lontano da un punto alto, un punto di vista che va oltre la ristrettezza di vedute e che è quello di chi scrive storie, di chi guarda a ciò che accade senza timori e si dispone alla ricezione mentre il vento diventa forma, creatura alata, e porta in dono il pensiero libero.

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