12 Set

 

Partendo dallo stesso incipit, regalato a Officina Letteraria da Marco Peano, 78 scrittori si sono cimentati in storie tutt’altro che simili. 78 racconti sviluppati in una forma brevissima (appena 2.000 caratteri), ognuno con lo stesso inizio, ma con un finale diverso e sorprendente. Sveliamo ora i cinque finalisti che potranno contendersi l’iscrizione gratuita al laboratorio di 1° livello “La grammatica delle storie”.

La cinquina finalista del concorso “Loro chi?”

 

Questi sono gli autori e i racconti finalisti (in ordine alfabetico):

  • Nicolella Clizia, Lo scatolone
  • La Rosa Dimitri, Il cappello
  • Profumo Giovanna, Gemelli nella notte
  • Schenone Eva, Dietro la porta
  • Scuto Regina, Il salotto accanto al letto

 

Sulla pagina Facebook di Officina Letteraria potete trovare i 5 racconti finalisti, che verranno ora sottoposti al giudizio del pubblico tramite un “Mi Piace”. Il racconto che avrà ricevuto più “Mi Piace” alle 12:00 del 24 settembre 2017, verrà giudicato vincitore.

L’autore del racconto vincitore avrà diritto all’iscrizione gratuita al Laboratorio di scrittura di I livello “La Grammatica delle Storie”, che inizierà martedì 10 ottobre 2017.

Gli altri 4 racconti finalisti avranno diritto al 15% di sconto sulla quota di iscrizione del laboratorio “La Grammatica delle Storie”.

Grazie a tutti gli altri partecipanti, speriamo di rivedervi tra le pagine di Officina Letteraria, in altre occasioni!

VOTA IL TUO RACCONTO PREFERITO

 

 

Lo scatolone

di Nicolella Clizia

Si svegliò al rumore dei passi sulle scale. Il display del cellulare segnava le 4.30 del mattino. Qualcuno si sta avvicinando al suo appartamento le voci bisbiglianti appena trattenute. Non aveva dubbi erano loro. Loro chi? Se senti dei passi alla tua porta nel cuore della notte le possibilità non sono molte: o sono gli alieni, o sono i tuoi figli madidi di droga e di sesso, o sono gli amici per il compleanno. Ma non è il mio compleanno, almeno credo.
La luce del cellulare si spense, per un attimo silenzio, quel rumore incollato alla porta. Riprese a respirare, riprese anche il tramestio cauto, indecifrabile.
Non ho figli, potrei essere ancora io quello che torna a casa carico di droga e di sesso, o almeno una delle due. I figli, il sesso. Invece era venuto via da casa di Chiara seguendo una strada semplice, apri la porta, scendi le scale, mandi un messaggio dal contenuto infame, e via, è fatta: basta discussioni sull’amarsi, la casa la spesa il lavoro la biancheria, cosa conta davvero. Basta sindromi premestruali.
Ma adesso in quel buio, alle 4:30 del mattino, con qualcuno alla porta, se non fosse stato solo sarebbe stato diverso. Se lei fosse stata lì sarebbe stato tutto diverso. Invece Chiara era sul pianerottolo.
C’è tutto, gli disse facendo l’appello delle sue cose con fare svalutativo: vestiti, libri, cianfrusaglie, macchina fotografica, le nostre fotografie. Ma disse nostre al rallentatore, mentre gli consegnava il cane al guinzaglio. Aveva molto insistito per un figlio, ma adesso non avrebbe potuto recapitarglielo con la stessa disinvoltura, un figlio. E mentre Giscardo, il boxer, lo sbavava lui fu rianimato da quel millimetro di esitazione, mi ami ancora, dimmi che è vero. Un figlio, adesso.
Poi però la sua esaltazione si estinse. Lo scatolone più grande, quello con il computer, fu appoggiato a terra da Rodolfo, il vicino di sotto, fisico nucleare, talento per la musica, umorismo sottile, sguardo bruciante.
Voce un po’ tanto nasale, se vogliamo dire tutto.

Vota il racconto di Clizia 

 

Il cappello

di Dimitri La Rosa

Si svegliò al rumore dei passi sulle scale. Il display del cellulare segnava le 4:30 del mattino. Qualcuno si stava avvicinando al suo appartamento, le voci bisbiglianti appena trattenute. Non aveva dubbi: erano loro. Ed erano troppo vicini per poter pensare a qualcosa. Serviva tempo.
Guardò tra le sbarre della finestra la strada buia. Lanciò due vasi che spaccandosi parvero spari. Lo scricchiolio leggero delle scale lasciò il posto ai tonfi pesanti della discesa frenetica. Aveva pochi minuti. Prese un coltello dalla cucina e cominciò a lanciare per terra i soprammobili, rovesciare sedie e tavoli, per tutta la casa fino ad arrivare al bagno, divenuto tempio della speranza.
Si prese a pugni, si strappò i vestiti, diede una testata sulla vasca e si riempì di altri tagli lungo il corpo. Sudato, sporco, strappò la tendina della vasca e se la mise sulle spalle. Infine si trafisse la spalla e poi la gamba. Il sangue bagnava le piastrelle, mentre nascondeva tremante la lama nel sifone. Si inginocchiò proprio nel momento in cui una voce ovattata fuori dalla porta bisbigliava: mettiti quel cazzo di cappello ed entriamo. Prostrato davanti al cesso, infilò la testa nell’acqua, mentre pisciava sangue dalla spalla e attese. Poco. Un calcio sfondò la porta dell’appartamento. Due uomini entrarono.
“No, cazzo!”
“Cerchiamolo”
I passi percorsero velocemente tutto lo spazio della casa.
“L’hai trova…?”
“Sono arrivati prima loro” alzando la tavoletta dalla sua testa.
“E adesso chi lo dice al capo?”
“Nessuno. Diciamo che non c’era,” richiudendola “andiamocene.”
Aspettando che se ne fossero andati, pochi minuti dopo ritornò alla dignità. Si mise seduto e premendo con degli asciugamani le ferite pensò che doveva solo non morire dissanguato. Con mano inferma, si alzò appoggiandosi al bordo della vasca ed entrò in salotto, ora tempio della presa per il culo, in cui un uomo con la mano sulla maniglia, osservandolo, gli disse:
“Ed io che credevo di aver dimenticato solo il cappello.”

Leggi il racconto su Facebook

 

Gemelli nella notte

di Giovanna Profumo

Si svegliò al rumore dei passi sulle scale. Il display del cellulare segnava le 4:30 del mattino. Qualcuno si stava avvicinando al suo appartamento, le voci bisbiglianti appena trattenute. Non aveva dubbi: erano loro. Ferma tra le lenzuola sudate, era così attenta ai rumori da percepire il brusio prodotto dalla fila di formiche che, ne era certa, marciava tra il lavandino e il barattolo del miele. La sua guerra personale la vedeva sconfitta: loro tornavano sempre. Le voci ora erano lì e non sapeva se fingere di dormire o affrontarle. Soffocò un urlo contro il cuscino mentre si materializzarono le sequenze che il dormiveglia aveva proiettato. Un vigile aveva suonato alla porta per condurla in ospedale. Niente di grave – aveva detto – ma era necessario che lo seguisse al pronto – la parola soccorso, per una familiarità con il luogo, era stata omessa. Lei aveva fissato gli occhi turbati dell’uomo e farfugliato qualcosa del tipo mi dia un minuto che mi vesto, per seguirlo nell’auto di servizio, timorosa come una bambina in castigo. Magicamente era in ospedale, un dottore, camice unto di focaccia, le diceva che bisognava attendere l’esito dell’intervento, ma che in sala operatoria c’era una valida equipe. Poi era stata una notizia in tv, una rissa, molti arresti durante la movida. Tutto di una vaghezza sadica, seguita da filmini amatoriali con volanti di polizia che sfrecciavano nel buio. Infine era arrivata la morte in tutte le sue declinazioni: un terrorista con il suo zaino assassino, il fendente di un coltello e un corpo a terra, il cranio squartato per un temerario tuffo dagli scogli al chiaro di luna, l’estasi in pasticca. Un’amica aveva aggiunto alla lista il pirata stradale. Tutti eventi possibili. Prigioniera per una notte della densità di quelle sciagure, adesso sentiva la chiave girare allegra nella toppa, accompagnata dalle risate dei suoi gemelli. La schiena di suo marito si mosse appena. Lei si tuffò nel sonno come fosse una piscina.

Leggi il racconto su Facebook

 

Dietro la porta

di Eva Schenone

Si svegliò al rumore dei passi sulle scale. Il display del cellulare segnava le 4:30 del mattino. Qualcuno si stava avvicinando al suo appartamento, le voci bisbiglianti appena trattenute. Non aveva dubbi: erano loro.
Sentì l’emozione diffondersi lungo il corpo come un piacevole formicolio; erano tornati! Saltò su spalancando gli occhi assonnati nella penombra, guardandosi intorno per quantificare il disastro circostante. Sbuffò, scavalcando lattine di birra e cartoni di cibo da asporto, per avvicinarsi allo spioncino.
I passi e le risatine erano ora più vicini e si distinguevano due voci; una chiara e musicale, l’altra calda ed accomodante. Eccoli, nello spicchio di luce sul ballatoio, appena tornati dalla loro vacanza in montagna. Mora e sinuosa lei, alto e biondo lui: Elena e Vittorio. I suoi vicini.
Si soffermò a guardare il volto di lei; era così bella, gli occhi contornati dal segno bianco della maschera da ski.
Più tardi, con la scusa di fare la spesa, avrebbe potuto incontrarla sul pianerottolo. Questa volta avrebbe detto qualcosa di brillante, la avrebbe invitata per un caffè e l’avrebbe strappata a Vittorio per sempre. Era evidente che quei due insieme non avevano futuro, se solo…
Dove sei? Che ore sono?
Merda! Sua madre dalla stanza accanto reclamava attenzioni. Arrivo! Bisbigliò, spostandosi dalla porta di scatto.
In un attimo fu da lei ed accese la luce.
La guardò e si chiese come potesse quel corpo scheletrico condizionare la sua vita da tre anni. Ictus, avevano detto. E ora sua madre era lì, in un letto, troppo sana per l’ospedale e troppo malata per provvedere a se stessa; pagare una clinica, impossibile.
Ho sete, dov’è l’acqua?
Eppure sarebbe così facile, pensò tendendole il bicchiere con la cannuccia, aumentare la dose di un farmaco, sospenderne un altro… la libertà era così vicina ed Elena dietro ad una porta.
Claudia, grazie, come farei senza di te? le disse prendendole la mano tra le sue dita ossute.
Claudia sospirò. La libertà non ci sarebbe mai stata.

Leggi il racconto su Facebook

 

Il salotto accanto al letto

di Regina Scuto

Si svegliò al rumore dei passi sulle scale. Il display del cellulare segnava le 4:30 del mattino.
Qualcuno si stava avvicinando al suo appartamento, le voci bisbiglianti appena trattenute.
Non aveva dubbi: erano loro.
Da mesi, la stessa storia.
Antonio infilò la testa sotto il cuscino, schiacciandoselo bene sulle orecchie.
– Ma prego, entrate pure! La porta, per voi, è sempre aperta! – borbottò.
Come al solito, la donna dai ricci neri e le gote rosse strusciò per la stanza il suo abito voluttuoso e si accomodò su un divano. Non devo guardarla! Non devo… Antonio sbirciò la donna. A lui, non sembrava affatto bella come diceva Wikipedia, con quelle labbra sporgenti e quei capelli arruffati.
Però, ha due grandi occhi scintillanti…
Il solito poeta si sedette accanto alla donna, scorbutico come un orso, e la fissò con occhi lessi da innamorato.
Antonio distolse i suoi.
Altri passi sulle scale. Una decina di intellettuali si riversarono nella stanza. Antonio non emerse da sotto il cuscino, non sentiva il bisogno di guardarli: conosceva già ogni ruga o belletto di quella gente.
– Fate pure come foste a casa vostra!
Non se lo fecero ripetere: si piazzarono su divani e sofà. Fumavano, si versavano da bere, discutevano di politica, decantavano sonetti.
La voce suadente della donna spiccava su tutte: “Come vorrei il vostro talento, caro Ugo! Una volta, composi un sonetto… E poi, feci di peggio: lo mostrai a tutti!”.
– Questa è la mia stanza da letto, non il vostro salotto!
Nessuno lo ascoltò.
Maledetto fu il giorno in cui presi in affitto il vecchio salotto letterario di Isabella Teotochi Albrizzi!
Doveva saperlo, che le sue capacità da medium non lo avrebbero lasciato in pace in un luogo la cui storia era così trafficata. Ma s’era fatto abbindolare dall’agente immobiliare.
Ed ora, si riscopriva geloso del famoso Ugo Foscolo! Ossessionato da una donna morta nell’Ottocento, che gli faceva visita ogni notte, ignara della sua infatuazione e… della sua stessa esistenza.

Leggi il racconto su Facebook

Classifica finale

Alle 12:00 del 24 settembre 2017, questa è la classifica finale dei racconti:

  • 1° classificata: Giovanna Profumo con 319 Mi piace;
  • 2° classificata: Clizia Nicolella con 266 Mi piace;
  • 3° classificata: Regina Scuto con 70 Mi piace;
  • 4° classificata: Eva Schenone con 54 Mi piace;
  • 5° classificato: Dimitri La Rosa con 15 Mi piace.

 

1 Commento

Lascia un commento