24 Mar

Image credit Tracheotomy Bob. Licensed under CC BY 2.0.

La nonna non ci ha chiamate, così ce ne stiamo ancora un po’ al calduccio, pensava Teresa, mentre accarezzava i lunghi e biondi capelli della sua bambola, Lisa. Quella settimana era il turno del pomeriggio, scuola dalle 14 alle 18. Questa storia delle settimane alternate era un po’ una rottura, ma la scuola era appena iniziata, era divertente andare in classe a disegnare, giocare, scrivere e la maestra era brava, anche se l’altra volta l’aveva messa in punizione insieme a Marta, la sua compagna di banco, perché si erano rincorse per la classe durante la lezione. Marta aveva pianto, ma lei no. C’era rimasta parecchio male, ma l’umiliazione del pianto, no. Mentre si stiracchiava, indecisa se alzarsi o aspettare ancora un po’, pensò che avrebbe dovuto invitare Monica a giocare a casa sua.

La casa delle bambole

di Silvia Conte

Monica era la figlia del dentista del secondo piano e la settimana precedente sua mamma aveva chiesto alla mamma di Teresa se le due bambine potevano giocare insieme. Quindi lei era scesa per l’ora della merenda nella casa del dottor Olivieri, che faceva anche studio, perché prendeva tutto il piano.

Al numero otto entravi per andare dal dentista e al numero 9, andavi a casa loro.

Ad aspettarla c’erano la signora Carla e Monica, che ha la sua stessa età, ma che va alla scuola privata, la vengono a prendere tutte le mattine con un pulmino e non deve fare i turni, per l’improvviso boom demografico e la mancanza di edifici scolastici nel quartiere. Le due mamme avevano insistito molto per questa merenda insieme, la famiglia Olivieri si era trasferita da meno di un anno e Monica non aveva molti amici nel circondario.

D’altro canto nemmeno che Teresa era libera di uscire e di vedere le sue compagne di classe a suo piacimento e visto che la mamma lavorava tutto il giorno e la nonna non poteva scorazzarla avanti indietro, un’amica nel palazzo le faceva comodo.

Il giorno della merenda, lei era scesa verso le quattro e subito era stata introdotta nella cameretta dell’altra bimba, che non doveva dividere con sua sorella, perché aveva un fratello maggiore di due anni, che aveva la sua, di camera. Nella stanza, molto ordinata, troneggiava una casa delle bambole a tre piani, con delle bellissime finestre in legno di colore rosa, nelle quali era intarsiato un cuore. Ogni stanza era perfettamente arredata, salotto, cucina, bagno due camere da letto e una stanza dei giochi in soffitta. E per giunta Monica possedeva l’intera serie delle “Lucie”, come le chiamavano Teresa e sua sorella: Lisa, Lucia, Lola e Laura, mentre loro ne avevano solo due, una a testa.

Avevano iniziato a giocare con quella casa e le sue abitanti, ma Teresa si era sentita una traditrice, perché la sua Lisa era rimasta a casa, da sola, perché la nonna le aveva detto: “Scordati di fare avanti e indietro da una casa all’altra e fare chiasso per le scale”.

Quindi aveva deciso di prendere Lola, quella con i capelli rossi, in segno di rispetto per la sua Lisa. Il pomeriggio era trascorso piacevolmente, anche se Monica era un po’ dispotica e non le lasciava prendere grandi iniziative sulla casa delle bambole, che per giocare in due era anche un po’ scomoda, a suo parere. Verso le cinque avevano fatto merenda con pane e Nutella.

Lei era stata zitta, come le era stato insegnato, e lo aveva mangiato, anche se la cioccolata non le piaceva molto, come tutti i cibi troppo colorati.

Avrebbe preferito pane burro e zucchero. Nel tardo pomeriggio era passata la mamma a prenderla, con grandi ringraziamenti. Le due bambine si erano salutate con la promessa di passare insieme un altro pomeriggio. “Questa volta a casa nostra”, aveva aggiunto la mamma di Teresa.

Poi la descrizione minuziosa dei giocattoli di Monica che Teresa aveva fatto a mamma, nonna e Caterina, sua sorella, quel fiume in piena che era quando aveva delle novità. E quindi l’idea geniale di costruire un appartamento delle bambole. Ne avevano incominciato a discutere con la sorella, di cinque anni più grande di lei e avevano convenuto che, siccome nella loro cameretta non avevano lo spazio per una casa delle bambole, che poi era anche un po’ leziosa, così aveva detto Caterina, potevano creare una serie di mobili, che avrebbero costituito l’appartamento delle Lucie.

Riesumarono un piccolo armadio di legno che decisero di ridipingere di rosso e chiesero alla nonna di confezionare un nuovo piumone per il letto di Lisa, con una stoffa che si adattasse al rosso. Decisero di fare dei cuscini per fare salotto da sparpagliare su un tappetino che già utilizzavano. E poi colpo di genio: crearono dei cassettoni con le scatole dei fiammiferi svedesi, quelle che avevano gli scomparti a scorrimento, incollandole due a due o tre a tre a seconda della grandezza che desideravano ottenere. Ciascun mobiletto venne poi rifasciato di carta da pacchi, per dare l’idea del legno. La cucina era forse un po’ fuori misura per la grandezza delle Lucie, ma aveva molti accessori e avrebbero potuto fingere di prendere un tè. Per li bagno ci avrebbero pensato, e se la nonna avesse fatto loro usare l’acqua vera con lo shampoo, sarebbe bastata anche una scodella rettangolare per fare vasca. Avevano lavorato tantissimo, le due sorelle, per creare l’appartamento delle bambole, perché Teresa potesse ricambiare l’invito di Monica e poi magari invitare Marta, che si sarebbero divertite anche di più.

E quel giorno, che era fuori discussione perché c’era scuola al pomeriggio, divenne il giorno.

Teresa era pronta alle due meno un quarto: stivali rossi, mantellina rossa con berretto uguale, cartella rosso-blu già sulle spalle, ma poi la mamma aveva chiamato dall’ufficio. A Brignole era un gran casino: pioveva da ore con troppa intensità, si vociferava che il Bisagno potesse straripare. Meglio non andare a scuola, troppo rischioso. E la nonna l’aveva convinta a restare a casa, anche se lei voleva andare a tutti i costi. Le piaceva la scuola e saltare nelle pozzanghere lungo il cammino. Ma la mamma e la nonna erano state irremovibili: niente scuola. Per indorare la pillola avrebbe potuto invitare Monica, che essendo nel palazzo non aveva difficoltà a muoversi.

E quello fu il giorno in cui fu inaugurato l’appartamento delle Lucie: 7 ottobre 1970.

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