05 Apr

Due cucchiaini di zucchero. Ogni mattina, alle 10:30, massimo 10.35, e il pomeriggio verso le 16:15, Michela (32 anni) chiedeva un caffè. Anzi ne esprimeva il desiderio ad alta voce, con tono fermo e quasi arrogante, in modo che Giulia (20 anni) a poche scrivanie di distanza, potesse sentirla.

Caffè nero

di Gabriele Carretta

E Giulia, già dal tono della voce, e abbassando lo sguardo per intravedere l’ora sullo schermo del pc, sapeva cosa doveva fare. Apprezzava in fondo che Michela almeno fosse puntuale e abitudinaria in modo quasi patologico, così poteva organizzare il suo lavoro in modo da non doversi interrompere sul più bello, magari durante la trascrizione di un atto, o di qualsiasi altra cosa noiosa, ripetitiva e pesante toccasse fare ad una giovane e inesperta stagista in un affermato studio legale genovese.

Alle 10:29 salvava il documento (cliccava 2 volte sull’icona a forma di floppy disk, per sicurezza o per scaramanzia forse) su cui stava lavorando, e poi lo rileggeva, giusto per non dare l’idea di tergiversare.

Il momento arrivava, sempre abbastanza puntuale.

Il suono fastidioso della voce di Michela, da 10 anni segretaria in quello studio, aveva un che di fatale; Giulia lo attendeva quasi come si aspetta la pioggia sotto un cielo plumbeo, fa sempre meno paura della minaccia che la precede.

Due cucchiaini di zucchero, di canna se ce n’era ancora, in quel armadietto un po’ dozzinale che mal si abbinava con l’eleganza dello studio. La macchina del caffè, posta proprio sotto quel mobile distribuiva caffè decenti, non ci si poteva davvero lamentare. Dopo aver messo lo zucchero, due cucchiaini mi raccomando, Giulia mescolava lentamente, e nel frattempo cercava di capire con discrezione se qualcuno nello studio la stesse osservando.

Quando era sicura di non essere nel campo visivo di nessuno, si girava col caffè in mano verso l’armadietto per chiuderlo o per dare l’idea di cercare qualcosa. In quell’attimo, col viso nascosto al mondo e il cigolante rumore dell’anta dell’armadietto che si chiudeva, Giulia guardava il colore nero del caffè nella tazzina, in cui specchiava ogni mattina il suo umore, e ci sputava dentro.

Durava pochi secondi , il tutto, e dopo, Giulia si sentiva meglio.

Era una specie di gesto catartico, le sembrava quasi innocente, privo di conseguenze. E in effetti Michela beveva il suo caffè con gusto, o comunque senza dare segni di insofferenza. Poche gocce di saliva, sciolte nel caffè, la piccola, meticolosa e quotidiana vendetta di una ragazza, una donna in difficoltà. In grossa difficoltà, perché a 20 anni, finito il liceo, entrare in quello studio era davvero una bella occasione, ma le difficoltà ambientali erano oggettivamente molte. E non solo per la sua inesperienza; gli avvocati dello studio erano tutto sommato cordiali, o comunque non le davano la sensazione di escluderla, almeno non del tutto, dall’attività lavorativa. Certo non era a scuola, non c’erano sorrisi e benevoli pacche sulle spalle quotidiane, ma tutto sommato andava bene così. O meglio, sarebbe andata bene così, se in quel borghese studio del centro cittadino non avesse lavorato anche Michela.

Giulia ricorda ancora perfettamente lo sguardo diffidente e curioso con cui la aveva accolta, il suo primo giorno. E quella diffidenza palese, ma anche quella malcelata curiosità sarebbero stati i punti fermi del loro rapporto negli anni successivi. Michela, da 10 anni in quello studio, era una donna alta, elegante come figura, dai lineamenti del viso duri, che la facevano sembrare più grande della sua età , soprattutto nei suoi momenti di collera.

E Michela si arrabbiava spesso, con tutti, avvocati compresi.

Soprattutto con Giancarlo, l’avvocato con più anni di anzianità lì dentro; se lui si dimenticava qualcosa o magari la rimproverava sommessamente per il ritardo con cui lei svolgeva alcuni suoi compiti, lei non si faceva problemi di mandarlo a quel paese, a voce alta, davanti agli altri, con un eccesso di confidenza (e di maleducazione) che inizialmente aveva sorpreso parecchio Giulia.

Aiutami a trascrivere questo atto, Giulia; sbrigati con quella pratica; oggi non ci siamo, Giulia; capisco che sia importante, ma non credo che tu possa prenderti quel giorno libero, Giulia.

Non correva buon sangue tra loro; o meglio, semplicemente Michela la aveva presa di mira, dal primo momento in cui era entrata in quello studio.

Urla, frasi sarcastiche, velati insulti, uno stillicidio di vessazioni, goccia dopo goccia, giorno dopo giorno, stavano portando Giulia all’esaurimento. Michela aveva creato un ambiente ostile, aveva alzato un muro, che Giulia non aveva le forze di sormontare, e anzi ne era schiacciata.

Preparami un caffè, quello almeno lo sai fare?

E mi raccomando, due cucchiaini di zucchero. Giulia ogni mattina si metteva l’elmetto, si sedeva davanti alla scrivania e affrontava quel piccolo, odioso inferno che era diventata la sua vita in ufficio. Sopravvivere alle intemperie, una specie di naturale istinto di conservazione, che le permetteva di stare a galla. Dopo circa un anno nello studio arrivò un nuovo avvocato, giovanile di aspetto, dai capelli brizzolati; e Giulia notò subito come anche Michela nei suoi confronti nutriva una certa soggezione. Finì che Michela e il nuovo avvocato si misero insieme, ma la storia non durò che pochi mesi.

E quel muro, lentamente iniziò a sgretolarsi. E forse anche Giulia, lo avrebbe rimpianto.

Giulia, quel mattino vestiva di rosso; sulla scrivania aveva la borsa appoggiata, insieme ad un sacchetto di una nota profumeria. Stava svogliatamente cercando qualche idea su internet, qualche destinazione esotica per un viaggio che non avrebbe mai fatto. Cercava di darsi un tono, di fingere comunque di essere impegnata in qualcosa di serio e urgente, per sfuggire al pericolo Michela. Ormai Giulia era da circa 4 anni lì dentro, e ne erano passati circa 2 da quando Michela aveva deciso che lei sarebbe diventata la sua migliore amica. E no, non era stata un reciproco convincimento, non c’era stata nessuna evoluzione positiva nel rapporto che giustificasse questa inversione a U; era stata una scelta di Michela, punto.

Dopo la fine della storia col collega, Michela era finita in un turbinìo di relazioni fugaci, spesso con uomini più giovani; e la giovane freschezza di Giulia, da motivo per cui detestarla era diventata una ragione per trasformarla nella sua migliore amica e confidente. Fingi di scrivere qualcosa, Giulia, che ti devo raccontare, ma secondo te gli dovrei scrivere io per prima, Giulia? Dici che mi ha usato? Ah stavi dormendo ora, Giulia? Scusa se ti disturbo a casa, ma non sai cosa mi è successo…

La vita di Giulia era diventata solo un’interruzione pubblicitaria all’interno del burrascoso film di Michela.

Nessuna pausa in ufficio passava senza che ci fosse un racconto, una confidenza, una richiesta di consigli, da parte della più anziana collega. E non erano solo le pause, ogni momento: che Giulia stesse lavorando o meno, era buono per fare due chiacchiere. Solo in bagno riusciva per qualche secondo ad avere un momento di pace, Giulia; che poi, all’inizio tutta questa storia le aveva fatto uno strano effetto.

Si era sentita lusingata, dopo una diffidenza iniziale, che la collega che la aveva ostracizzata per così tanto tempo le rivolgesse la parola; era contenta di poter dispensare consigli, suggerimenti, di placare quel irrequieto totem di insicurezze in cui si era trasformata Michela.

No davvero, hai ragione, hai ancora due tette meravigliose da 18 enne Michela, no davvero, si vedono, no, non è necessario toccarle, solo un idiota non lo capirebbe, eh già, se non ti richiama è davvero un coglione.

E poi le telefonate a casa, i messaggi, anche in vacanza col suo fidanzato Giulia veniva molestata dall’invadente e ansiogena voglia di confidarsi della nuova amica. Una mattina la aveva obbligata a prendersi un giorno di ferie insieme, con qualche scusa più o meno verosimile, perché doveva farsi aiutare a compiere un rito magico, tipo sale sciolto in una scodella d’acqua insieme a un crine di capelli della persona amata, per fare innamorare il suo toy boy del momento. Il delirio di Michela non aveva effettivamente limiti, sembrava un’adolescente sconnessa, e Giulia, che quel periodo lo aveva superato da poco, non ci teneva proprio a riviverlo, anzi ad essere obbligata a farlo.

Tra i consigli di viaggio del sito le apparì Praga, e per un attimo fu davvero convinta di prenotare. Poi i pensieri di Giulia furono interrotti dallo squillo del telefono, e dall’ingresso di Michela in studio. Vestiva di verde, era stata di recente dal parrucchiere, ed era, come al solito, desiderosa di parlare.

Me lo fai un caffè Giulia, tesoro, che ti racconto la mia serata?

Due cucchiaini di zucchero, eh, mi raccomando. Giulia si alzò, persa in un’illusione boema, sentì borbottare il caffè dalla macchinetta, aprì l’anta dell’armadietto, prese lo zucchero, due cucchiaini, mi raccomando, e mescolò sia il suo caffè che quello di Michela; inspirò il fumo caldo che saliva dalla tazza.

Vide il suo sputo specchiarsi nella superficie nera del caffè, poi si girò verso l’armadietto, appurandosi di non essere guardata da nessuno, e rise.

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